
La guerra ai data center è già cominciata
Prima ci hanno spiegato che il futuro sarebbe stato digitale, immateriale, quasi senza peso. Poi abbiamo scoperto che per far funzionare quel mondo servono milioni di metri quadrati di terreno, quantità colossali di elettricità, reti, trasformatori e acqua. Molta acqua. Benvenuti nella nuova battaglia ambientale: quella contro i data center dell’intelligenza artificiale.
In Italia il fronte è già aperto. Tra Milano e Pavia stanno nascendo comitati contro nuovi impianti, come quello previsto a Lacchiarella: 160 container di batterie al litio e un consumo energetico da 100 MW, su circa 800 mila metri quadrati. I residenti protestano contro consumo di suolo, rumore, emissioni e possibili «isole di calore». Il sindaco replica che il progetto è stato ridimensionato e che porterà lavoro qualificato. Il copione è già scritto: innovazione contro territorio, competitività contro ambiente.
Ma attenzione, perché questa volta il problema è enorme. Secondo uno studio ONU, entro il 2030 i data center dell’IA potrebbero richiedere 9 mila miliardi di litri d’acqua l’anno, l’equivalente del fabbisogno domestico di 1,3 miliardi di persone nell’Africa subsahariana. Sul fronte elettrico, servirà il triplo dell’energia oggi consumata complessivamente da Nigeria, Pakistan e Bangladesh.
La contraddizione è gigantesca. L’Occidente vuole dominare la corsa all’IA, ma contemporaneamente rischia di bloccare proprio le infrastrutture fisiche necessarie per vincerla. Perché ChatGPT, Claude, Gemini o Grok non vivono sulle nuvole. Vive dentro capannoni pieni di GPU, collegati a centrali elettriche, cavi, reti e sistemi di raffreddamento.
Insomma, dopo le proteste contro miniere, rigassificatori, nucleare, pale eoliche ed elettrodotti, la prossima grande guerra Nimby sarà contro i data center.
Solo che c’è un piccolo problema: senza data center non esiste l’intelligenza artificiale. E senza intelligenza artificiale non esiste sovranità tecnologica.
Possiamo certamente discutere dove costruirli e come ridurne l’impatto. Ma se l’Europa trasformerà anche i data center nell’ennesimo nemico da combattere, mentre Stati Uniti e Cina costruiscono capacità di calcolo, avremo ottenuto il solito capolavoro europeo: pretendere di guidare la rivoluzione industriale vietando le fabbriche che servono a realizzarla.


