Risiko bancario, adesso tutti pregano Orcel: «Compraci Bpm»

Risiko bancario, adesso tutti pregano Orcel: «Compraci Bpm»

10 luglio 2026

C’è un paradosso che a Roma nessuno dice ad alta voce, ma che nei salotti della finanza gira da settimane: il banchiere che un anno fa fu respinto con il golden power come fosse un corsaro straniero, oggi è diventato l’uomo che tutti vorrebbero al capezzale di Banco Bpm.

Andrea Orcel, chiuso il fronte tedesco con la conquista di Commerzbank, si ritrova corteggiato proprio da chi fino a ieri gli sbarrava la strada. Azionisti, banchieri, advisor: tutti a bussare a Piazza Gae Aulenti con lo stesso messaggio sussurrato. Torna. Compra. Metti in sicurezza l’ultima grande banca italiana rimasta scoperta.

Perché il quadro è cambiato. Dopo l’affondo di Intesa Sanpaolo su Mps — con Unipol e la sua Bper pronte a raccogliere gli sportelli in eccesso e a chiudere il cerchio — la scacchiera si è ridisegnata. Da una parte i giganti: Intesa, la stessa UniCredit, il nuovo polo Bper-Monte. Dall’altra, sempre più solo, il Banco di Giuseppe Castagna: la banca dei territori, delle piccole e medie imprese del Nord, di quel sistema produttivo che tiene in piedi il Paese. E — dettaglio non da poco — sempre più francese.

Ecco il vero convitato di pietra. Mentre tutti guardavano a Siena, i cugini d’Oltralpe del Crédit Agricole sono saliti in punta di piedi fino a quasi un terzo del capitale di Piazza Meda. Un anno fa il governo tirava fuori il golden power per proteggere il Banco dall’assalto della italianissima UniCredit; oggi assiste in religioso silenzio mentre Parigi si prende, sportello dopo sportello, la terza banca del sistema.

E qui casca l’asino politico. A Fratelli d’Italia l’idea di chiudere la legislatura con un regalo a Parigi non piace per niente. Perché il problema francese, ormai, o lo risolvi facendo uscire il Crédit Agricole, oppure lo istituzionalizzi con un’integrazione tra il Banco e Crédit Agricole Italia. La seconda strada, nella Capitale, ha il sapore della resa: fine mandato, urne all’orizzonte, e il centrodestra che consegna ai francesi un pezzo di sistema bancario nazionale. Auguri.

Resta la prima strada. Ed è qui che rientra Orcel. Lo schema circola con insistenza: il Crédit Agricole esce dal Banco in cambio di asset e di rete — trecento, quattrocento sportelli? — un pacchetto che compensi l’addio senza far gridare allo scippo. Un’uscita elegante, con tanto di dote. E, si mormora, con il supporto di altre banche pronte a fare la loro parte, ad assorbire i pezzi, a facilitare la quadratura.

Il bello è che, per una volta, gli interessi convergono. Intesa, che con il Banco fuori dai giochi mette al riparo la partita su Mps da fastidiose contromosse. Carlo Cimbri, che con un Banco in mani sicure porta a casa senza scossoni il disegno Bper-Monte. I regolatori, a Francoforte come a via Nazionale, che di banche più grandi, più capitalizzate e con azionariati limpidi hanno fatto da tempo una religione. E persino il Tesoro di Giancarlo Giorgetti, che la frasetta di rito l’ha già lasciata cadere: in teoria, UniCredit potrebbe tornare a guardare al Banco.

In teoria. Che in politichese vuol dire: fatelo, ma non chiedete a noi di dirlo.

Così l’uomo del golden power diventa l’uomo della provvidenza. Orcel prende tempo, conta le azioni tedesche e si gode lo spettacolo di una piazza intera che lo supplica di fare ciò che un anno fa gli fu impedito. Il risiko, si sa, è un gioco di pazienza. E stavolta il dado sembra in mano proprio a chi era stato buttato fuori dal tavolo.  Lo lancerà in queste settimane? Orcel resta l’uomo più imprevedibile di questo risiko. Ora tutti attendono la sua prossima mossa.