
La strategia di Trump, ovvero: quando il potere smette di fingere
Maduro e sua moglie sono in un carcere di New York City. Non all’Aia, non davanti a un tribunale multilaterale. A New York. Le proteste del sindaco Mamdani fanno colore. Il fatto politico è già consumato.
Trump dice che guiderà il Venezuela finché non sarà “pronto per una transizione”. Intanto, dal Dipartimento della Guerra, il consigliere sugli asset digitali spinge per l’introduzione di stablecoin ancorate al dollaro. Tradotto per i non iniziati: non è tecnologia, è sovranità monetaria. Le stablecoin sono dollari digitali che viaggiano fuori dalle banche centrali locali, ma restano sotto controllo statunitense. Servono a dollarizzare un Paese senza dichiararlo, a bypassare istituzioni fragili, a imporre il dollaro come mezzo di pagamento quotidiano anche dove lo Stato non lo controlla più. Non si esportano valori, si installa il libro mastro.
The Guardian grida alla “putinizzazione” della politica estera USA mentre la UE invoca il diritto internazionale e l’ordine basato sulle regole. Bene. E poi? Nulla. Perché chiamare qualcosa “illegale” non la ferma. A fermarla serve potere. E il potere, oggi, ha un indirizzo.
Trump è brutale e coerente: commercio, territorio e risorse sono sicurezza nazionale. Come i dazi. Leggi ferree del potere globale. E chi non le accetta, viene sottoposto al setaccio.
Questa non è stata una guerra alla Iraq 2003. È stata l’operazione inversa: nessuna coalizione, nessun pantano, nessun pretesto. Decapitazione istantanea e presa degli asset.
Il messaggio a Cina, Russia, Iran e a chiunque controlli materie prime fuori dall’orbita del dollaro è chiarissimo: agiremo unilateralmente; bypasseremo le narrazioni; sequestreremo asset strategici; vi toglieremo la leva.
Il petrolio venezuelano stringe insieme inflazione cinese, crescita indiana, fragilità europea e ricavi russi. Ma grazie alle risorse energetiche venezuelane Trump rimuove l’unico potere di negoziazione dei canadesi, ossia l’export di greggio pesante. Più che alla Groenlandia, Cuba o alla Colombia, forse il prossimo ad allinearsi a Washington sarà proprio la riottosa Ottawa.
Ma non è solo petrolio. L’Arco Minerario dell’Orinoco — oro, cobalto, terre rare — è l’altro grande bottino. Controlli il flusso, controlli il prezzo.
Lo strato globale delle materie prime è stato militarizzato. Non per esportare democrazia, ma per integrare verticalmente estrazione, logistica, finanza, valuta. Il mercato resta. Il prezzo lo decide il potere.
Questa è una Dottrina Monroe 2.0 nella Guerra Fredda 2.0: impedire al blocco Mosca–Pechino di radicarsi nel “vicinato prossimo” di Washington.
Maduro non è solo un autocrate: è un fornitore e cliente strategico di Cina e Russia. Spezzare l’asse e allineare l’intero continente panamericano (dalla Groenlandia all’Argentina passando per Canada e Messico) ai propri obiettivi strategici rimane l’obiettivo americano.
Certo, gli Stati Uniti hanno superato una soglia: cattura di un capo di Stato straniero, senza mandato multilaterale, fuori da una guerra dichiarata, con ammissione esplicita di regime removal. Fine delle finzioni.
Da ora i mercati non prezzeranno solo il “rischio Venezuela”. Dovranno scontare l’imprevedibilità americana e la compressione del tempo: cosa può fare il potere domani, e con quale velocità.
Il petrolio e le materie prime dunque non sono il punto chiave. Il punto chiave è — di nuovo — il potere.
Questo è Bretton Woods 3.5. La storia ha appena accelerato.


