Le persecuzioni giudiziarie contro carabinieri e poliziotti: certe norme vanno cambiate rapidamente

Le persecuzioni giudiziarie contro carabinieri e poliziotti: certe norme vanno cambiate rapidamente

08 gennaio 2026

Il Parlamento deve sbrigarsi a cambiare le norme sui procedimenti giudiziari contro i tutori dell’ordine che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni. Altrimenti, toccherà al governo (cioè ai ministri Piantedosi e Crosetto) procedere attraverso un decreto legge. Perché una cosa è certa: dopo l’ultima sentenza-beffa contro un carabiniere, certi cambiamenti normativi non possono più aspettare. Né appaiono più sufficienti i provvedimenti-tampone attualmente sul tappeto.

La cronaca. Un vice-brigadiere dell’Arma, Emanuele Marroccella, è stato condannato dal Tribunale di Roma a tre anni di carcere per “eccesso colposo di uso delle armi”. Ed è stato perfino fortunato, perché aveva addirittura rischiato l’accusa di omicidio volontario. Cinque anni fa, aveva ucciso un 56enne siriano, sorpreso all’interno di un’azienda informatica dell’EUR, che aveva appena ferito con un cacciavite un altro militare dell’Arma intervenuto sul posto.

E per non farsi mancare niente, il giudice ha previsto -oltre ai cinque anni di interdizione dai pubblici uffici- anche robusti risarcimenti: 15mila euro ciascuno per i cinque figli, più altre 5mila per ognuna delle altre otto parti civili (fratelli etc., alcune delle quali perfino residenti in Siria).

Particolari che hanno contrassegnato la durissima reazione di Carmine Caforio, segretario generale del sindacato USMIA Carabinieri.

Ma lo scandalo non è rappresentato tanto da una sentenza che sarà probabilmente riformata nel giudizio d’appello o in Cassazione. Lo scandalo reale è che continuino ad arrivare sentenze giustificate da norme che non tengono nel debito conto le circostanze nelle quali i tutori della legge (carabinieri, ma anche poliziotti) sono costretti ad operare nelle emergenze di ordine pubblico: furti, rapine, inseguimenti e dimostrazioni violente di piazza.

E ormai potrebbero non bastare neppure certi palliativi come quello -recentissimo- di introdurre un articolo 1-bis al 335 del codice di procedura penale sulle iscrizioni al registro delle notizie di reato: “il pubblico ministero non provvede all’iscrizione…quando appare che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione”.

Certo, sarebbe già un importante passo avanti, ma -appunto- solo per il futuro e non servirebbe a nulla in casi come quello del vice-brigadiere Marroccella, per i quali le modifiche normative dovranno essere ben più robuste e incidere anche sulle decine e decine di processi in corso.