
L’Europa allarga il tavolo, ma non sa ancora chi far sedere
Per tredici anni l’Unione europea non ha accolto un solo nuovo membro. Ora improvvisamente l’allargamento è tornato una priorità strategica. Ucraina, Moldavia e Balcani occidentali bussano alla porta mentre Bruxelles promette di accelerare. Il problema è che nessuno sembra aver deciso cosa significhi davvero entrare nell’Unione.
La guerra in Ucraina ha cambiato tutto. L’allargamento non è più soltanto un esercizio burocratico fatto di capitoli negoziali, riforme giudiziarie e convergenza normativa. È diventato uno strumento geopolitico. Lasciare i Balcani occidentali in una sala d’attesa permanente significa consegnare spazio a Russia, Cina e Turchia. Tenere Ucraina e Moldavia fuori significa invece indebolire la promessa politica fatta dopo l’invasione russa.
Sulla carta Bruxelles ha quindi premuto sull’acceleratore. Montenegro e Albania sono i candidati più avanzati; Ucraina e Moldavia hanno aperto formalmente il percorso negoziale. Ma proprio qui cominciano i problemi.
L’UE che dovrebbe accogliere nuovi membri è molto diversa da quella delle grandi ondate di allargamento del 2004. Allora dominava l’idea che l’integrazione economica avrebbe progressivamente prodotto convergenza politica. Oggi prevale la sicurezza. E soprattutto è cambiata la percezione del rischio.
Ucraina e Moldavia arriverebbero nell’Unione portandosi dietro una frontiera geopolitica direttamente esposta alla Russia. Kiev, inoltre, avrebbe un peso enorme sul bilancio agricolo, sui fondi di coesione e sugli equilibri decisionali europei. Non si tratta quindi semplicemente di aggiungere qualche sedia attorno al tavolo. Bisognerebbe ridisegnare il tavolo.
Da qui l’idea che comincia a circolare a Parigi e Berlino: un’Europa a più livelli. I candidati potrebbero ottenere progressivamente accesso al mercato unico, ai programmi europei e ad alcuni benefici dell’appartenenza senza acquisire immediatamente tutti i diritti politici di uno Stato membro.
È una soluzione pragmatica, ma contiene una contraddizione gigantesca. L’UE vuole usare l’allargamento come arma geopolitica proprio mentre teme le conseguenze dell’allargamento stesso.
E i candidati se ne stanno accorgendo. Dopo vent’anni di promesse, nei Balcani cresce la convinzione che il traguardo venga continuamente spostato. Montenegro e Albania possono anche completare tutti i capitoli negoziali, ma rimane una domanda alla quale Bruxelles non ha ancora risposto.
L’Europa vuole davvero nuovi membri oppure vuole soltanto impedire che diventino alleati di qualcun altro?
Perché sono due cose molto diverse.


