Mps, Delfin scarica Lovaglio. E se avesse avuto ragione il vecchio cda?

Mps, Delfin scarica Lovaglio. E se avesse avuto ragione il vecchio cda?

06 ottobre 2026

Il socio che ad aprile lo aveva rimesso al timone oggi consegna il 17,6% a Intesa e si prepara a bocciare le sue Ops. Sei mesi dopo, le ragioni di chi lo voleva fuori dalla lista suonano meno eretiche.

 

 

Sei mesi. Tanto è durata la luna di miele tra Luigi Lovaglio e il suo primo azionista. Il 15 aprile Delfin era stata l’ago della bilancia nell’assemblea che aveva fatto vincere la lista Plt e riportato il banchiere alla guida del Monte, contro il cda uscente che lo aveva escluso dalla propria. Domenica, a ventiquattr’ore dal rilancio di Carlo Messina, la holding dei Del Vecchio ha deciso all’unanimità di consegnare a Intesa l’intero 17,6% e di votare il 29 ottobre in coerenza con le condizioni dell’Opas. Tradotto: no alle Ops su Banco Bpm e Banca Generali, cioè al piano con cui Lovaglio provava a tenersi il Monte.

A Siena diranno che è solo una questione di prezzo: 25 centesimi in più di cash e gli advisor concordi nel giudicare l’offerta di Ca’ de Sass la più vantaggiosa. Vero. Ma è proprio questo il punto. Tra la carta di Messina e il progetto del manager che lei stessa aveva scelto, Delfin ha preso la carta di Messina, e senza farsi pregare. Lovaglio, ancora pochi giorni fa, si diceva ottimista sul sostegno dei grandi soci e negava che l’assemblea fosse un referendum. Il referendum glielo ha apparecchiato il suo azionista di riferimento. E se anche Caltagirone, che ufficialmente non ha ancora parlato, andrà nella stessa direzione, il fronte del no supererà il 31% del capitale: i due terzi diventano un miraggio.

Vale allora la pena rileggere, a mente fredda, le ragioni di chi in primavera aveva proposto la discontinuità. Allora furono liquidate come una congiura di palazzo contro “l’uomo che ha salvato Mps”. Ma il risanamento non è nato con Lovaglio: i 9 miliardi di deteriorati ceduti ad Amco sono del 2020, l’aumento del 2022 lo ha reso possibile lo Stato, e i tassi della Bce hanno fatto il resto per tutto il settore. E soprattutto, a quanto risulta a Sassate, già l’autovalutazione del board, per due anni di fila, chiedeva un amministratore delegato “più inclusivo e collegiale”, lamentava decisioni rilevanti comunicate a cose fatte e indicava come priorità un percorso di successione. Non proprio il ritratto di un uomo squadra.

Nemmeno il mercato era così compatto come è stato raccontato: su 30 investitori istituzionali censiti, 16 votarono la lista del cda e solo 5 quella di Plt. Vinse Lovaglio perché Delfin scelse Lovaglio.

Poi è arrivato agosto, con due offerte pubbliche di scambio lanciate mentre l’integrazione di Mediobanca è ancora un cantiere e, sempre a quanto ci risulta, con consiglieri astenuti per i rischi antitrust, legali e di passivity rule. Una mossa che a molti è parsa pensata più per blindare la poltrona di Rocca Salimbeni che per creare valore per i soci. Lo stesso copione: l’uomo solo al comando che informa, non condivide.

Il vecchio cda diceva una cosa semplice: chi è bravo a risanare non è per forza quello giusto per costruire. Non gli credette quasi nessuno. Oggi glielo conferma, con i fatti, proprio l’azionista che lo aveva smentito. Lovaglio ha sempre giocato la sua partita. Solo che adesso la gioca da solo.