Quell’umiliante provocazione di Trump che rende fragile la tregua con Xi

Quell’umiliante provocazione di Trump che rende fragile la tregua con Xi

27 settembre 2026

Il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping è stato raccontato come una sfilata di sorrisi, cerimonie e promesse di nuovi incontri. Ma il passaggio più carico di significato potrebbe essere stato un altro: i documenti storici mostrati a Xi durante la visita agli Archivi nazionali americani.

Per Pechino, quelle carte non sono cimeli innocui. Richiamano alcune delle pagine più umilianti della storia cinese.

Il Trattato di Wanghia del 1844, benché intitolato alla pace, all’amicizia e al commercio, è considerato in Cina il primo trattato ineguale imposto dagli Stati Uniti.

Una memoria analoga accompagna il Trattato di Tientsin del 1858.

Anche la lettera del 1895 dell’imperatore Guangxu al presidente Grover Cleveland ha un retroscena controverso: ringraziava il diplomatico americano Charles Denby, che aveva mediato durante la guerra sino-giapponese, ma che, secondo la ricostruzione riportata, fece pressione sulla corte Qing perché accettasse il Trattato di Shimonoseki. L’accordo cedette Taiwan al Giappone: una ferita ancora centrale nella memoria cinese del «secolo delle umiliazioni».

Ancora più sensibile è il Trattato di San Francisco del 1951, che concluse la pace con il Giappone escludendo la Repubblica popolare cinese e l’Unione Sovietica, pur essendo state alleate nella guerra contro il Giappone.

Pechino sostiene che l’accordo violi gli impegni della guerra e il diritto internazionale, e considera illegittime le sue disposizioni su Taiwan e sulla sovranità cinese.

È in questo contesto che l’esibizione di quei documenti assume un peso diverso. Non prova, da sola, che Trump intendesse inviare un messaggio di minaccia. Ma è difficile immaginare che Xi e la delegazione cinese non ne abbiano colto la risonanza: per Washington, pagine d’archivio; per Pechino, il ricordo di pressioni e concessioni imposte. Una umiliante provocazione travestita da lezione di storia, dunque, con un sottotesto politico che rischia di somigliare ad un avvertimento.

Fuori, il vertice offriva l’immagine di due presidenti in sintonia. Nei fatti, la tregua commerciale è stata prorogata di appena due mesi e le intese annunciate restano limitate. Pechino voleva estendere la tregua di due anni e cristallizzare la situazione fino alle prossime presidenziali negli USA. Ma Washington ha detto no.

La questione delle terre rare e’ emblematica. I controlli cinesi sulle esportazioni introdotti nell’aprile 2025 restano per il momento in vigore a meno di annunci dell’ultim’ora.

La frattura dei prezzi racconta quanto il mercato rimanga disaccoppiato: l’ossido di disprosio, impiegato nei magneti ad alte prestazioni, fuori dalla Cina costa circa SETTE volte il prezzo praticato sul mercato cinese.

Il Giappone è il Paese maggiormente in sofferenza: quest’anno non ha ricevuto dalla Cina ossido di disprosio né di terbio.

Quello che si cerca di capire e’ se Pechino renderà ora più rapide le autorizzazioni e le procedure di spedizione per gli usi civili.

Insomma, i controlli si allenteranno nei prossimi mesi o il premio pagato fuori dalla Cina diventerà una caratteristica stabile del mercato? Probabilmente sì.

L’Europa è stata finora colpita solo a metà dalla militarizzazione cinese sulle terre rare: le paga molto di più ma non ha subito un blocco vero e proprio come nel caso giapponese.

Ma la spada di Damocle sulla testa dell’industria Eu incombe soprattutto per impedire che Bruxelles adotti un protezionismo efficace contro il Made in China.

Di fatto siamo in un cul de sac: lasciare libero l’import dalla Cina alimenta la deindustrializzazione. Andare in guerra commerciale con Pechino provocherebbe quel dolore che nessun Governo intende affrontare.