Repubblica senza direttore; con un editore che scopre l’Italia nel modo più costoso possibile.

Repubblica senza direttore; con un editore che scopre l’Italia nel modo più costoso possibile.

11 luglio 2026

La prima regola dell’editoria è semplice: se il direttore se ne va dopo pochi mesi, il problema non è soltanto il direttore. È soprattutto chi lo ha scelto, chi lo ha convinto a restare e chi avrebbe dovuto costruire attorno a lui un progetto credibile.

Le dimissioni di Mario Orfeo dalla guida de la Repubblica – con destinazione, dal 9 settembre, il ruolo di direttore editoriale del gruppo QN di Leonardo Maria Del Vecchio – rappresentano il primo vero terremoto dell’era del nuovo azionista greco Theodore Kyriakou. Ufficialmente si parla di incomprensioni sul progetto industriale. Nella sostanza, la redazione ha letto il gesto come il segnale che quel progetto, semplicemente, non stia decollando, soprattutto se paragonato a quello dei competitor SAE e QN. Lo dimostra anche il comunicato del Cdr, che esprime “stupore” e lamenta l’assenza di una strategia concreta, evocando persino nuovi tagli al budget e al corpo redazionale.

È un passaggio che pesa più delle dimissioni stesse. Perché Orfeo era stato presentato come il garante della transizione. L’uomo capace di tenere insieme una redazione difficile, rassicurare il mercato e accompagnare il nuovo editore dentro il labirinto del giornalismo italiano. Se proprio lui sceglie di salire sul primo treno disponibile, inevitabilmente le domande si spostano sul management.

 

La sensazione, raccontata da chi vive Largo Fochetti, è quella di una proprietà ancora alla ricerca delle istruzioni per l’uso del sistema editoriale italiano. Un sistema nel quale un grande quotidiano nazionale non è soltanto un centro di costo o un marchio da valorizzare, ma un organismo complesso, fatto di equilibri professionali, identità culturale e rapporti politici. Elementi che non si governano con uno stile importato dall’estero e con una persona sola al comando.

È per questo che il clima in redazione viene descritto come di forte incertezza. Le discussioni riguardano non soltanto il successore di Orfeo, ma anche la direzione strategica del giornale. Tra i giornalisti circola il timore che le ambizioni proclamate nei mesi scorsi possano ridimensionarsi rapidamente se non arriveranno investimenti e una linea editoriale definita. Sono preoccupazioni che riflettono il momento di transizione e che, allo stato, non trovano conferme ufficiali rassicuranti.

Intanto è già iniziata la corsa alla successione.

L’ipotesi considerata da molti osservatori come la più naturale resta quella di una soluzione interna. Sarebbe il modo più rapido per rassicurare una redazione già scossa e limitare i contraccolpi.

Fra i nomi che circolano con maggiore insistenza c’è quello di Annalisa Cuzzocrea, sostenuta – secondo le indiscrezioni – dall’amministratrice delegata e apprezzata anche dall’area che fa riferimento a Massimo Giannini. Una candidatura che avrebbe anche un valore simbolico: affidare per la prima volta la direzione del quotidiano a una donna.

Mario Orfeo, invece, viene indicato da diversi retroscena come sponsor del suo vice Stefano Cappellini, considerato il naturale continuatore del lavoro impostato negli ultimi mesi.

Esiste poi un fronte – interno e non – che guarda a Claudio Tito, attualmente a Bruxelles, posizione che potrebbe risultare preziosa in una fase di ridefinizione dell’identità del giornale, fortemente europeista e progressista.

E nelle ultime ore è tornato a circolare anche il nome di Fiorenza Sarzanini. Dopo l’intervista di Urbano Cairo al Foglio e la successiva lettera con cui l’editore di Rcs ha precisato il senso di una battuta sulle qualità speciali dei direttori del Corriere della Sera, il mercato ha ricominciato a muoversi. Anche perché, quando una grande poltrona resta vuota, i confini tra desideri, suggestioni e autocandidature diventano improvvisamente molto sottili.

La partita, però, va oltre il nome del prossimo direttore. Il vero interrogativo riguarda la capacità del nuovo editore di dimostrare che Repubblica non è soltanto un asset acquistato in una grande operazione finanziaria, ma un quotidiano con un’identità da rafforzare. Perché un direttore si sostituisce in poche settimane. La fiducia di una redazione e dei lettori, molto meno.