
Rio Tinto + Glencore: il mostro che ridisegna il potere delle materie prime
Un mega-merger da oltre 260 miliardi di dollari tra Rio Tinto e Glencore non sarebbe una semplice operazione industriale. Sarebbe un atto di forza geopolitico. La nascita della più grande compagnia mineraria del mondo, per dimensioni e perimetro, concentrerebbe un potere di mercato senza precedenti lungo l’intera catena delle commodity.
Il minerale di ferro arriverebbe a 390–400 milioni di tonnellate l’anno: una dominanza capace di dettare i prezzi e condizionare direttamente l’industria siderurgica cinese.
Il rame, con oltre 2,7–2,8 milioni di tonnellate annue, consegnerebbe al nuovo gruppo una leva enorme sulla transizione energetica, sugli EV e sulle rinnovabili.
L’alluminio diventerebbe una filiera integrata totale, dalla bauxite al metallo, con un’influenza sui prezzi difficilmente contrastabile.
Poi il resto: nichel, zinco, piombo. E il carbone metallurgico — 100–110 milioni di tonnellate l’anno — che riporta brutalmente la realtà al centro del discorso ESG.
Il vero moltiplicatore, però, è il trading. La rete globale di Glencore innestata sugli asset di Rio darebbe vita a una macchina fisica di scambio e arbitraggio senza rivali. Prezzi, flussi, disponibilità: tutto diventerebbe più concentrato.
Con 210 mila dipendenti in oltre 35 Paesi, il messaggio è chiaro. Non è solo un merger. È la dichiarazione che l’era della frammentazione è finita. E che il potere, nelle materie prime, torna a contare più delle buone intenzioni.
Con il beneplacito di Washington.


