
Stagflazione bussa alle porte dell’Europa
La tentazione è evidente: usare altro debito per sterilizzare l’urto della crisi di Hormuz. Ed è anche comprensibile. Ma è esattamente così che si perde il controllo della narrativa sui mercati.
Perché il punto non è “quanto” spendere: e’ come e dove farlo. L’Europa sta già entrando in una dinamica da stagflazione: crescita che rallenta sotto il peso dell’energia e prezzi che restano vischiosi. In questo contesto, l’espansione fiscale indiscriminata non è uno scudo — è benzina sul fuoco dei rendimenti come dimostra il Balzo dei rendimenti sui Bund.
Le pressioni rialziste sul debito sovrano sono già visibili lungo tutta la curva europea. In Italia, il BTP a 7 anni — vero benchmark operativo visto che riflette la duration media del debito — viaggia intorno al 3,5%. Non è un livello di crisi, ma è un segnale: il mercato sta iniziando a prezzare rischio fiscale e inflazione più persistente.
Qui si apre il nodo politico. Le richieste di spesa si moltiplicano. Tutti hanno una buona ragione. Ma accontentare tutti equivale a non scegliere. E i mercati obbligazionari, a differenza della politica, premiano solo le scelte nette.
Il rischio è trasformarsi rapidamente: da “beniamini” dei gestori globali — grazie alla disciplina degli ultimi anni — ad anatroccoli sospetti. Il passaggio è rapido, quasi istantaneo. Basta perdere credibilità sull’allocazione del capitale.
Per questo servirebbe un cambio di approccio. Meno spesa a pioggia, più concentrazione su pochi assi strategici: Difesa, infrastrutture critiche, sicurezza energetica, filiere industriali ad alta intensità tecnologica.
E soprattutto: trasparenza sia verso gli elettori a cui va spiegata con chiarezza la fase critica che stiamo vivendo, sia verso il mercato.
Va presentato un piano credibile, con una pipeline chiara di progetti e una cornice definita per eventuali deroghe fiscali. Il capitale si convince con i numeri, non con le dichiarazioni.
Perché muoversi a mosca cieca, in questa fase, significa una cosa sola: pagare di più il debito per ottenere meno crescita.
Non esattamente il trade che l’Italia può permettersi.

