
Substack non ha salvato il giornalismo. Ha trasformato il giornalista nel prodotto
Quando Substack nacque nel 2017 sembrava aver trovato la soluzione alla crisi del giornalismo: eliminare gli intermediari e consentire ai lettori di finanziare direttamente gli autori.
Nove anni dopo il modello comincia a mostrare qualche crepa.
Taylor Lorenz, una delle giornaliste più famose della piattaforma, con circa 200.000 follower, ha raccontato che i suoi abbonamenti a pagamento sono «crollati», proprio mentre il numero dei seguaci continua a crescere.
Il problema è banalmente economico: esiste un limite al numero di newsletter che una persona è disposta a pagare.
Per decenni il giornalismo aveva vissuto soprattutto grazie alla pubblicità. Le aziende compravano spazi sui giornali e sulle televisioni perché erano il principale strumento per raggiungere milioni di consumatori. Quel fiume di denaro finanziava redazioni, inviati, produttori e giornalisti.
Poi è arrivato Internet.
Facebook e la pubblicità digitale hanno permesso alle aziende di individuare direttamente i consumatori desiderati, spendendo una frazione rispetto alla pubblicità tradizionale. Il pavimento economico sul quale poggiava l’industria dell’informazione è così crollato. Negli Stati Uniti, nei dodici anni successivi al 2008, l’occupazione nelle redazioni è diminuita di oltre un quarto.
Substack ha provato a sostituire quel modello trasferendo il conto dalle aziende ai lettori.
Ma qui nasce il paradosso.
Il giornalista avrebbe dovuto diventare finalmente indipendente. In realtà è diventato contemporaneamente autore, editore, responsabile commerciale e imprenditore di se stesso.
E soprattutto può vedere immediatamente quanto gli costa contraddire il proprio pubblico.
Se un articolo fa perdere abbonati, il conto corrente lo registra in tempo reale.
È il fenomeno della **cattura da parte del pubblico**: più gli abbonamenti diventano preziosi, maggiore è l’incentivo a confermare ciò che i lettori pensano già, evitare argomenti sgraditi e ripetere formule che hanno funzionato in passato.
Substack non ha risolto la crisi economica del giornalismo. L’ha trasformata.
Prima il giornalista poteva temere l’editore o l’inserzionista.
Adesso deve temere il pulsante “cancella abbonamento”.
Pensavamo che Internet avrebbe liberato il giornalista dal padrone.
In realtà gli ha dato migliaia di piccoli padroni.
E il padrone più potente resta sempre lo stesso: **quello che paga.**


