Trump/Infantino, ovvero il Mondiale della realpolitik

Trump/Infantino, ovvero il Mondiale della realpolitik

07 luglio 2026

La scena è quasi surreale. Per anni abbiamo discusso del “collasso dell’ordine internazionale basato sulle regole” come se fosse un concetto riservato ai diplomatici. Poi arriva il calcio, il linguaggio universale per eccellenza, e tutto diventa improvvisamente comprensibile.

Il presidente degli Stati Uniti, dopo aver ammesso di non sapere cosa fosse un cartellino rosso, telefona ai vertici della FIFA chiedendo che la squalifica dell’attaccante Balogun venga sospesa per consentirgli di giocare gli ottavi contro il Belgio. E la sospensione arriva davvero. Le proteste di Belgio, UEFA e milioni di tifosi sono inevitabili. Ma il punto non è l’episodio in sé. Il punto è che ormai nessuno sembra più credere che le regole siano davvero uguali per tutti.

Chi grida allo scandalo dimentica che la partita era iniziata molto prima. Nel novembre 2025 Cristiano Ronaldo ottenne la sospensione della propria squalifica di tre giornate attraverso lo stesso meccanismo disciplinare, così da poter partecipare al Mondiale. La FIFA non ha inventato oggi l’eccezione: ha semplicemente consolidato un precedente.

In realtà, il calcio segue ormai la stessa traiettoria della geopolitica. La Russia organizzò il Mondiale del 2018 dopo aver già annesso parte dell’Ucraina. Il Qatar ospitò quello del 2022 nonostante uno stravolgimento senza precedenti dei calendari calcistici mondiali. Oggi gli Stati Uniti esercitano il proprio peso politico per ottenere un vantaggio sportivo. Cambiano gli attori, non il copione.

La vera responsabilità, però, non è di chi prova a usare la propria influenza. È delle istituzioni che si dichiarano indipendenti ma si piegano ogni volta che squilla il telefono giusto. Quando le regole diventano negoziabili, il problema non è chi chiede il favore, ma chi lo concede.

Ecco perché l’episodio Balogun va ben oltre il calcio. È la dimostrazione che il multilateralismo delle regole sta lasciando spazio a quello delle relazioni di forza. Se un grande Paese può ottenere una deroga, ogni altro Paese tenterà di fare lo stesso. L’Inghilterra chiede già la sospensione del cartellino rosso rimediato contro il Messico. Se fosse successo il contrario, anche Città del Messico avrebbe chiamato.

Benvenuti nella nuova normalità. L’ordine internazionale basato sulle regole sopravvive nei comunicati ufficiali. Nella pratica conta sempre di più chi ha il peso politico necessario per far cambiare le regole, o almeno per sospenderle quando diventano scomode.

Da oggi anche il Mondiale non sarà soltanto una competizione calcistica: sarà un altro teatro della realpolitik.

E forse è proprio questo il segnale più inquietante di tutti.