Turchia, Erdogan cerca in ogni modo di diventare il leader del mondo arabo per arrivare al Califfato dei Fratelli Musulmani

Erdogan punta a diventare il leader del mondo arabo. Ma, come disse Draghi, è “un dittatore di cui però si ha bisogno”.

Il presidente della Turchia, Recep Tayyp Erdogan, ha in mente un piano ben preciso, che sta portando avanti a pieno ritmo: diventare il leader del mondo arabo. Il “Faraone”, infatti, come da sua tradizione, sta giocando la sua partita su più tavoli in ambito geopolitico. Sul versante dell’invasione russa in Ucraina si è posto come mediatore super partes, mentre sull’offensiva israeliana a Gaza ha assunto una posizione netta a favore dei palestinesi. Inoltre, continua a perseguire la propria agenda in Medio Oriente e in Africa, ben attento a non pestare i piedi al grande attore del momento nel Continente Nero: Mosca, con cui ha siglato accordi per spartirsi le regioni. Allo stesso tempo continua a ricattare l’Unione Europea e la NATO, giocando da una posizione di forza su entrambi i lati. Sul primo fronte la minaccia è aprire nuovamente le porte ai migranti, mentre sul secondo è lasciare l’Alleanza Atlantica e avvicinarsi alla Russia, permettendole così di crearsi un caposaldo in mezzo al Mediterraneo a due passi dall’Europa. Lo stesso Mario Draghi, quando era in carica come Presidente del Consiglio, definì Erdogan “un dittatore di cui però si ha bisogno”.

La Turchia in Africa e in Medio Oriente

In Libia, per esempio, la Tripolitania è turca, mentre la Cirenaica è russa. Rimane il Fezzan, territorio molto promettente sotto il versante di giacimenti nascosti, attualmente conteso anche dagli Stati Uniti. Di contro, in Somalia il “Turkish Power” si contrappone alla debole Unione Africana. Ankara negli ultimi anni ha, infatti, aperto due basi per l’addestramento delle truppe di Mogadiscio e ne sta costituendo una terza. Infine, pochi giorni fa ha cominciato a circolare la notizia che Ankara ha inviato dalla Siria in Niger assetti para-militari per proteggere i propri interessi nel Paese. La maggiore area di interesse di Erdogan in Medio Oriente è, invece, la Siria. Ankara, infatti, vi ha schierato ingenti forze soprattutto a Nord e finanziato un gruppo locale legato ad al Qaeda: Hayat Tahrir al-Sham (HTS), che controlla a Idlib. Obiettivo dichiarato: creare una zona cuscinetto per proteggere i confini turchi dagli attacchi del PKK e dei terroristi curdi. Erdogan, però, non ha mai fatto mistero di voler accaparrarsi i ricchi giacimenti di petrolio del Kurdistan, formalmente per “gestirli al meglio a favore della popolazione”. In realtà, li vuole per cercare di ripianare – per quanto possibili – le fragili casse dello Stato, in crisi nera da anni.

Il “dubbio” fallito golpe ha blindato il Faraone anche sul versante interno

Erdogan, peraltro, è fortemente avvantaggiato anche sul versante interno. Il dubbio fallito golpe del 15 luglio 2016 gli ha permesso di azzerare l’opposizione politica nel Paese e di stringere i controlli su tutte le fasce della popolazione e delle istituzioni. I pochi leader dell’opposizione rimasti, infatti, sono tutti in esilio all’estero e con continue richieste di estradizione da parte di Ankara; perciò, non possono rientrare in Turchia per sfidare il Faraone. Inoltre, vengono costantemente spiati dai servizi segreti del MIT, che monitora attentamente ogni loro mossa o contatto anche in Nazioni diverse e che in più di un’occasione sembra sia intervenuto “neutralizzando” possibili minacce.

Il punto debole di Erdogan: la vanità del “tacchino”

L’unico punto debole di Erdogan è la sua grande vanità. Nessuno dimentica il “Sofagate”, quando il Faraone ad aprile 2021 lasciò in piedi la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, facendo accomodare solo il presidente del Consiglio UE, Charles Michel. Lo sgarbo suscitò lo sdegno internazionale e il commento al vetriolo di Draghi. Più recentemente, il presidente ha cercato invano di far cambiare la traduzione inglese del nome Turchia, Turkey, in Türkiye per porre fine agli sfottò del mondo anglosassone su di lui associato a un “Tacchino”. Nonostante il nuovo termine sia ufficiale, però, il tentativo è fallito e tutta la comunità internazionale continua a usare il vecchio nome del Paese. La sua ultima trovata è stata, infine, l’accusa all’Eurovision Song Contest 2024, definita “una piattaforma di corruzione sociale”, che promuove la “neutralità di genere” e mina i valori della famiglia tradizionale.

Turchia e Qatar: due facce della stessa medaglia per arrivare al Califfato dei Fratelli Musulmani

Diventare il leader del mondo arabo per Erdogan è propedeutico. Ciò in funzione dell’obiettivo centrale del Faraone: far rinascere il Califfato, ma non secondo la violenta visione wahhabita che l’allora ISIS estremizzò ulteriormente. Bensì, costruito e gestito in base al modello più discreto e pervasivo dei Fratelli Musulmani (Muslim Brotherhood), maggiormente avvezzi al “soft power”. Le mire “imperialistiche” della Turchia, che alcuni media hanno più volte citato, sono solo un ingranaggio di questo cammino, che è percorso da Ankara mano nella mano con il Qatar. Non a caso, nella partita Israele-Gaza, la Turchia gioca il ruolo del poliziotto cattivo, mentre Doha di quello buono, ponendosi come mediatore tra le parti. In realtà, sono due facce della stessa medaglia. Non a caso fu proprio Erdogan a difendere il Qatar quando la quasi totalità dei Paesi del Golfo tagliò le relazioni a seguito dei conclamati finanziamenti dell’Emirato a gruppi di terroristi di matrice jihadista.

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