
Ucraina, il prossimo bagno di realtà europeo
Ci sono intere aree del dibattito politico europeo in cui le aspettative si sono talmente staccate dalla realtà da rendere traumatico il momento in cui la realtà presenta il conto. Il dietrofront sul Green Deal è stato uno di questi. L’Ucraina sarà il prossimo.
La rivelazione del Financial Times secondo cui Donald Trump avrebbe legato le garanzie di sicurezza americane all’abbandono del Donbass da parte di Kyiv non dovrebbe sorprendere nessuno. Trump lo ha sempre detto: per lui il Donbass è russo. E non stupisce affatto che oggi sostenga la richiesta fondamentale di Vladimir Putin: il controllo integrale della regione, inclusa quella parte del Donetsk non ancora occupata, e il congelamento del conflitto lungo le attuali linee del fronte.
Non è neppure sorprendente che le garanzie di sicurezza siano condizionate alla questione territoriale. Nella logica negoziale americana nulla è concordato finché tutto non è concordato. Senza un accordo sulla terra non ci sarà alcuna garanzia. Da qui la minaccia di Washington di sfilarsi dal tavolo e le indiscrezioni — plausibili ma non confermate — su una scadenza fissata al 15 maggio.
Le reazioni indignate in Europa, in particolare in Germania, parlano di “capitolazione imposta”. Non è così. Ma è evidente che l’esito della guerra non sarà quello immaginato dai sostenitori europei di Kyiv. Il nodo centrale resta il territorio, al centro dei colloqui di Abu Dhabi, ma terra e sicurezza sono inseparabili. Non è una scelta binaria: si discute di zone smilitarizzate, di eventuali arretramenti russi in altre oblast come Kharkiv o Sumy, e di formule diplomatiche che evitino un riconoscimento formale delle annessioni.
La logica americana è brutale ma coerente. Senza il Donbass non c’è pace. E una garanzia di sicurezza deve essere credibile. Nessuno crede che soldati americani combatterebbero per liberare il Donbass; è invece credibile che difenderebbero Kyiv o Leopoli.
Un’ultima nota d’allarme arriva da Zelensky, che ha parlato di un accordo di sicurezza “pronto al 100%”. In realtà, pace e garanzie sono politicamente condizionate l’una all’altra. Non a caso, il leak del FT sembra servire proprio a chiudere ogni illusione di separazione tra i due dossier. Ma la vera domanda che si pone Zelensky è: quanto valgono le garanzie americane? A fronte di una volubilità così estrema e ripetuta, può accettare un simile sacrificio in cambio di una garanzia scritta sulla carta igienica?
L’unica via di uscita per imbrigliare Washington è quella di proporre un vantaggioso accordo di natura economica. Il caso Groenlandia lo dimostra: l’unico linguaggio che comprende Donald Trump è quello degli accordi commerciali.
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