
USA/Iran: l’accordo che non risolve nulla
Il Memorandum of Understanding che dovrebbe inaugurare una nuova fase nelle relazioni tra Washington e Teheran non è stato pubblicato. E più emergono dettagli, più appare evidente che le due parti stanno firmando documenti diversi almeno nella loro interpretazione politica.
Per Donald Trump si tratta di una versione rafforzata del vecchio accordo nucleare, capace di limitare le ambizioni atomiche iraniane. Per Teheran, invece, l’intesa rappresenta la prova che la pressione militare ha costretto gli Stati Uniti ad abbandonare il blocco e tornare al tavolo negoziale.
Entrambe le letture non possono essere contemporaneamente vere.
La prima frattura riguarda i soldi. L’Iran sostiene che i negoziati nucleari inizieranno soltanto dopo lo sblocco di metà dei circa 24 miliardi di dollari congelati all’estero. Gli Stati Uniti sostengono l’esatto contrario: prima la conformità iraniana, poi il rilascio dei fondi. Non si tratta di una divergenza tecnica. È il cuore stesso dell’accordo.
Anche sullo Stretto di Hormuz le interpretazioni divergono. Trump parla di passaggio permanente e gratuito. Teheran lascia intendere che eventuali esenzioni sarebbero temporanee e limitate al periodo negoziale, con future tariffe legate a sicurezza e ambiente. Ancora una volta, la questione decisiva viene rinviata.
Ma il vero detonatore resta il Libano.
Iran e Pakistan sostengono che il memorandum implichi la cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti. Israele, che non ha partecipato ai negoziati, afferma invece di non considerarsi vincolato da alcun impegno. Le autorità israeliane hanno già chiarito che le operazioni nel sud del Libano continueranno.
È qui che emerge la fragilità dell’intera architettura diplomatica. Se Israele prosegue le operazioni contro Hezbollah, Teheran subirà forti pressioni interne per reagire. E l’intero cessate il fuoco rischia di saltare.
La verità è che il grande obiettivo iniziale della guerra — il cambio di regime in Iran — è scomparso dall’orizzonte. La Repubblica Islamica esce dalla crisi con il sistema politico intatto e può sostenere di aver resistito alla massima pressione militare americana e israeliana senza rinunciare ai propri asset strategici fondamentali.
Ancora più significativo è ciò che manca. Nessun riferimento al programma missilistico. Nessun riferimento concreto alla rete di alleanze regionali iraniane. Esattamente quei temi che per anni erano stati indicati come i limiti invalicabili del vecchio accordo nucleare.
Più che risolvere i problemi, il memorandum li congela. Rimanda le decisioni più difficili, lascia aperte le questioni più controverse e moltiplica il numero dei potenziali sabotatori.
Non è una pace.
È una tregua costruita sull’ambiguità.
LA SASSATA

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