
A Davos non hanno “vinto” gli europei: ha vinto Trump
Si sta rapidamente consolidando, sui media europei e liberal, una narrazione rassicurante: a Davos l’Europa avrebbe “tenuto botta”, costringendo Donald Trump a una “de-escalation” sulla Groenlandia. È una lettura comoda. Ed è completamente sbagliata.
La realtà è opposta: Trump a Davos non solo ha vinto, ma ha dominato. Ha occupato lo spazio politico, mediatico e psicologico del Forum come raramente si era visto. In mezzo al solito bazar di leader, CEO, filantropi e sacerdoti dell’ordine liberale, un solo individuo ha dettato l’agenda. Tutti gli altri hanno reagito.
L’errore di fondo è prendere sul serio – e alla lettera – ciò che Trump dice. Dieci anni fa l’Europa sbagliò ignorandolo. Oggi sbaglia nell’eccesso opposto. Trump non ha mai avuto alcuna reale intenzione di annettere la Groenlandia, né di imporre nuovi dazi agli europei. Non ne ha bisogno. Gli Stati Uniti già godono di tutto l’accesso militare all’isola che possa essere rilevante. La Groenlandia non è un obiettivo: è uno strumento.
Ed è servito perfettamente allo scopo. Rendere la Groenlandia il tema numero uno a Davos significava una cosa sola: togliere spazio all’Europa su Iran e Ucraina. Due dossier sui quali Washington non ha alcun interesse a subire pressioni europee. Sull’Iran, perché Bruxelles ricade sempre nel riflesso condizionato della “de-escalation” con Teheran. Sull’Ucraina, perché negli Stati Uniti cresce la convinzione che siano stati proprio UE e Regno Unito a bloccare l’anno scorso un possibile accordo di pace.
Tutto questo è incompatibile con il “consenso di Davos”, secondo cui Trump sarebbe il barbaro che distrugge l’ordine liberale internazionale. Ma il consenso di Davos ha una caratteristica costante: è sempre in ritardo sulla realtà. E, puntualmente, sempre sbagliato.
A Davos non c’è stata alcuna vittoria europea. C’è stata solo l’ennesima dimostrazione che l’agenda la decide chi esercita potere, non chi invoca regole che non esistono più.


