Il vero vincitore della guerra in Iran potrebbe essere Putin

Il vero vincitore della guerra in Iran potrebbe essere Putin

13 marzo 2026

La guerra in Iran sta producendo un effetto collaterale geopolitico che in Europa molti preferiscono ignorare: lo spostamento dell’equilibrio di potere tra Russia e Ucraina.

Come ha osservato Der Spiegel, si tratta di una “catastrofe geopolitica per l’Europa”. Alcuni lo hanno capito dopo una settimana. Altri continuano ostinatamente a non volerlo vedere.

Il primo errore analitico riguarda la Russia. Per anni si è sostenuto che Mosca sarebbe rimasta senza risorse finanziarie per sostenere la guerra. Non è mai stato vero. E oggi lo è ancora meno. Il prezzo dell’Urals — il benchmark del greggio russo — è passato da meno di 40 dollari al barile a oltre 80, con punte superiori ai 100.

A febbraio, prima dello scoppio della guerra con l’Iran, le entrate fiscali petrolifere russe erano scese a circa 4 miliardi di dollari al mese, dopo aver oscillato per lungo tempo tra 6 e 10 miliardi. Con i prezzi attuali, il gettito potrebbe salire a 10-12 miliardi mensili: una cifra sufficiente, di fatto, a finanziare l’intero sforzo bellico.

Anche il mercato petrolifero sta cambiando percezione. L’ottimismo iniziale sulla durata della crisi sta lasciando spazio allo scetticismo. A Mosca, la convinzione diffusa è che i prezzi resteranno elevati almeno per un altro anno.

Sul fronte ucraino, invece, emerge un problema più immediato: la guerra in Iran ha consumato rapidamente parte degli arsenali statunitensi. Le scorte di missili per la difesa aerea in Europa si stanno esaurendo, creando una carenza critica di intercettori necessari a proteggere l’Ucraina dagli attacchi russi.

La guerra mediorientale rischia inoltre di aggravare i bilanci pubblici europei. Già prima del conflitto era evidente che l’Unione non avesse la capacità fiscale per sostenere Kiev per altri due anni oltre il minimo indispensabile. Ora lo spazio di manovra si restringe ulteriormente.

Resta da capire se questo scenario favorirà o meno i negoziati di pace. Vladimir Putin potrebbe concludere che due anni aggiuntivi di guerra gli consentirebbero di conquistare più territorio. Non è detto che il calcolo sia corretto. Ma è altrettanto vero che l’Ucraina difficilmente avrebbe i mezzi per respingere la Russia se il conflitto si prolungasse.

In questo contesto non sorprenderebbe un Donald Trump più aggressivo nel promuovere un accordo tra Mosca e Kiev, anche solo per spostare l’attenzione dal disastro iraniano.

Il problema è che tutto questo si innesta su fratture interne europee già profonde. L’Ungheria ha posto il veto al prestito UE da 90 miliardi destinato all’Ucraina. In Polonia, il presidente Karol Nawrocki ha bloccato la legge che avrebbe permesso al paese di partecipare al programma SAFE per gli acquisti militari comuni europei.

Non è un dettaglio. SAFE rappresentava l’unico tentativo concreto dell’UE di costruire una vera unione degli acquisti militari, riducendo sprechi e duplicazioni nella spesa per la difesa. Con il veto polacco, il progetto viene di fatto svuotato.

Il paradosso è evidente: la Polonia sarebbe stata il principale beneficiario del fondo, con 43,8 miliardi di euro, circa un terzo dell’intero programma. Ma per Jarosław Kaczyński il progetto significava “la Polonia sotto lo stivale tedesco”.

Il linguaggio di Nawrocki è stato più diplomatico, ma la sostanza non cambia: la sicurezza, sostiene, deriva dall’indipendenza.

Così SAFE diventa un programma per paesi minori. E il messaggio politico che ne deriva è devastante: l’Europa non riesce a coordinarsi neppure davanti a una guerra.

In fondo il punto è proprio questo. La guerra americana contro l’Iran e il sostegno europeo all’Ucraina condividono la stessa debolezza: nessuna delle due strategie sembra avere una vera strategia.