
Acciaio d’oro: quando l’Italia paga per farsi espropriare
Il Bel Paese, si sa, è la terra dei paradossi. Ma le ultime evoluzioni del caso dell’ex-Ilva superano ogni immaginazione.
Fonti qualificate infatti hanno sussurrato a Sassate come l’offerta di circa 1 miliardo dell’azera Baku Steel Company, (preferita a quella in apparenza meno generosa degli indiani di Jindal Steel) prevede in realtà un esborso per le casse dello Stato italiano di oltre 4 miliardi di euro, di cui 2 miliardi a fondo perduto!
Insomma lo Stato italiano potrebbe finire per pagare una cifra monstre per cedere a una realtà straniera un asset che in un Paese normale dovrebbe essere considerato strategico.
La pessima gestione del dossier ex-Ilva contrasta oltretutto con il recente successo del Governo nel comparto delle tlc.
Poste Italiane ha dimostrato che, quando vuole, lo Stato sa agire con intelligenza. Ha messo sul tavolo 684 milioni di euro – tutte risorse proprie, nessun esborso da parte dei contribuenti – per rilevare il 24,8% di TIM. Un’operazione che ha garantito a Poste un ruolo di primo piano in un settore strategico come le telecomunicazioni.
Viene allora spontaneo chiedersi: perché non fare lo stesso con l’Ilva? Perché, invece di dilapidare miliardi di soldi pubblici per regalare l’acciaieria agli azeri, lo Stato non decide di assumere il controllo diretto di un impianto assolutamente necessario per traghettare il Paese verso quell’aumento della capacità produttiva nel comparto della Difesa che la Nato ci chiede.
O forse l’acciaio non è considerato strategico?
LA SASSATA

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