Acciaio, sovranità e patrioti a targhe alterne

Acciaio, sovranità e patrioti a targhe alterne

06 febbraio 2026

C’è qualcosa di profondamente grottesco nella traiettoria che sta prendendo il dossier ex Ilva. Il ministro Adolfo Urso e la struttura commissariale sembrano muoversi lungo una direttrice già scritta: consegnare — di fatto — il cuore dell’acciaio piano italiano a un asse industriale che vede protagonista il gruppo ucraino Metinvest, con la regia finanziaria dell’americano Flacks e il supporto tecnologico di Danieli.

Sia chiaro: Danieli rappresenta un’eccellenza impiantistica nazionale. Ma il punto politico-industriale è un altro. Sommando Taranto a Piombino, dove Metinvest è già della partita, il risultato è plastico: il governo che si autodefinisce “dei patrioti” finisce per esternalizzare la leva strategica dell’acciaio piano — automotive, elettrodomestico, cantieristica — a capitale e interessi esteri, peraltro ucraini.

La narrazione ufficiale parla di decarbonizzazione, acciaio green, idrogeno, rottame. Tutto condivisibile sul piano tecnologico. Ma la transizione energetica non può diventare il cavallo di Troia per ridefinire gli assetti proprietari della siderurgia nazionale senza un vero presidio italiano sulla governance industriale e commerciale.

Flacks ha chiarito che l’ingresso nel capitale potrebbe limitarsi a un 10%. Bene. Ma la domanda resta: chi controlla davvero flussi, ordini, mercati di sbocco e supply chain? Metinvest porta forza commerciale e produttiva, non filantropia geopolitica.

Ed è qui che la questione diventa inevitabilmente politica. Cosa lega così strettamente Urso al gruppo ucraino? Perché questa ostinazione nel costruire un asse privilegiato proprio con Kiev, mentre altri player europei restano sullo sfondo?

Difendere l’industria nazionale non significa chiudersi al capitale estero. Significa però evitare che, pezzo dopo pezzo, le filiere strategiche vengano cedute in outsourcing decisionale. L’acciaio non è un dossier qualunque: è infrastruttura di potenza industriale.

Se Taranto e Piombino parlano ucraino, più che patrioti qui rischiamo di trovarci davanti a semplici curatori fallimentari della siderurgia italiana.