
Lovaglio e la fusione Mps–Mediobanca: un’operazione che non convince nessuno (tranne lui)
C’è un gran fermento attorno alla possibile fusione tra Monte Paschi di Siena e la controllata Mediobanca. Fermento che, a dirla tutta, sembra più un’agitazione nervosa che un progetto industriale serio.
L’amministratore delegato Luigi Lovaglio, infatti, starebbe spingendo come un ossesso su questa strada, presentandola come l’unica via per raggiungere i famosi 700 milioni di euro di sinergie promesse alla Bce. Una promessa che, a quanto pare, pesa più del buon senso.
Il nuovo piano industriale – che dovrebbe arrivare a breve ma che il Cda, impegnato nel proprio rinnovo, non ha ancora visto – già solleva più dubbi che speranze. E non potrebbe essere altrimenti, visto che il delisting di Mediobanca costerebbe la bellezza di 3 miliardi di euro, basandosi sui prezzi dell’Opas dello scorso autunno.
Peccato che da allora le cose siano cambiate parecchio: Mediobanca è scesa, Mps è salita, e il risultato è un differenziale che rende l’operazione ancora più onerosa.
In pratica, l’Opas di Lovaglio prevedeva 2,533 azioni Mps più 0,90 euro cash per ogni azione Mediobanca. Oggi, tradotto in numeri reali, significa 24,25 euro ad azione contro un titolo che sul mercato ne vale appena 18,8. Un capolavoro.
Aggiungiamo poi mezzo miliardo di spese per attivare le sinergie e arriviamo a un conto totale di 3,5 miliardi per ottenere 700 milioni di risparmi. Un rapporto costi/benefici che definire sbilanciato è un eufemismo.
La scusa della “coerenza con la Bce”? Non regge.
Tra le giustificazioni portate in campo per il delisting e la fusione c’è la presunta necessità di rispettare gli impegni presi con la Bce. Ma basta leggere il prospetto del 3 luglio scorso – ancora disponibile sul sito della banca – per capire che la narrazione non torna.
A pagina 79 si dice chiaramente che, con meno del 90% delle azioni Mediobanca (oggi Mps è all’86,35%), la quotazione può tranquillamente rimanere, salvo casi di flottante troppo ridotto. E a pagina 181 si precisa che gli effetti dell’integrazione non richiedono affatto una fusione.
Insomma: non è un obbligo, non è una richiesta della Bce, non è una condizione tecnica. È una scelta. Una scelta dell’Ad Lovaglio, che potrebbe perseguire le sinergie in modi molto meno distruttivi per gli azionisti.
Esistono alternative: fusione Widiba–Mediobanca Premier, taglio dei costi, o addirittura l’opzione inversa, cioè aumentare il flottante di Mediobanca e incassare miliardi freschi per espandersi.
Intanto vola Mediobanca… e vola anche la speculazione.
Nel frattempo, l’incertezza fa impennare il titolo Mediobanca, che oggi ha guadagnato un bel 6%. Un regalo perfetto per la speculazione, molto meno per gli azionisti di entrambe le banche, che si ritrovano a navigare in un mare di volatilità.
Non a caso, Consob sta osservando la situazione con attenzione.


