
Africa alza il prezzo: la rivincita sulle miniere cinesi
Per anni la narrativa dominante è stata lineare: Pechino controlla la filiera dell’auto elettrica, dalla miniera alla fabbrica. Dei 166 siti minerari di proprietà cinese nel mondo, 66 sono in Africa. Litio e cobalto in testa, con una presenza massiccia nella Repubblica Democratica del Congo, in Zimbabwe e in Mali. Ma oggi qualcosa si muove.
I governi africani stanno reagendo alla strategia “Mine to Rail, Road and Port”, che ha garantito alla Cina accesso privilegiato alle materie prime in cambio di infrastrutture. L’obiettivo ora è salire nella catena del valore: non solo estrarre, ma anche raffinare e trasformare localmente. Dal 2023 almeno dodici Paesi africani hanno introdotto restrizioni all’export di minerali grezzi. Lo Zimbabwe ha sospeso con effetto immediato le esportazioni di concentrati di litio, inclusi i carichi in transito. Con risorse stimate in 126 milioni di tonnellate, è tra i principali produttori globali e fornitore chiave delle raffinerie cinesi.
Il Malawi ha vietato l’export di terre rare non lavorate. Etiopia, Kenya, Nigeria, Rwanda e Tanzania chiedono che le materie prime alimentino industrie domestiche, non che tornino sotto forma di veicoli importati. RDC e Zambia hanno persino lanciato una zona economica speciale transfrontaliera per batterie ed EV.
L’assunto diffuso è che la Cina, salendo di gamma, delegherà la manifattura ai Paesi emergenti. Ma l’automazione spinta e l’uso di robot basati su AI riducono drasticamente il vantaggio del costo del lavoro. Può davvero l’Africa competere su quel terreno?
La questione è politica prima che industriale. Se l’estrazione non genera sviluppo locale tangibile, il consenso verso gli operatori stranieri si erode. Pechino ha investito capitali ingenti, accettando rischi elevati e operando anche in aree instabili pur di blindare l’accesso alle risorse. Ma instabilità, corruzione e danni ambientali hanno un prezzo reputazionale.
Intanto le case automobilistiche cinesi, strette dalla concorrenza domestica e dall’eccesso di capacità produttiva, dipendono dall’export per preservare i margini. Se l’accesso alle materie prime diventa oggetto di negoziazione politica, l’intera architettura della supply chain globale rischia di incrinarsi. È il paradosso della globalizzazione delle risorse: quando il valore resta altrove, prima o poi la periferia presenta il conto.
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