Andy Burnham ha capito una cosa che gli europeisti favorevoli al ritorno UK nella UE continuano a ignorare: il Paese è andato avanti.

Andy Burnham ha capito una cosa che gli europeisti favorevoli al ritorno UK nella UE continuano a ignorare: il Paese è andato avanti.

23 giugno 2026

L’ex sindaco di Manchester non ha mai nascosto le proprie convinzioni europeiste. Ancora un anno fa sosteneva apertamente la necessità di riaprire il dibattito sul rientro nell’Unione europea. Eppure, nella campagna elettorale di Makerfield, collegio che nel 2016 aveva votato per lasciare l’UE con un margine di due a uno, ha accuratamente evitato di riesumare le vecchie battaglie. Ha vinto così. E sicuramente ha compiuto il passo decisivo verso Downing Street.

Due giorni dopo la sua vittoria, a Londra sfilavano i sostenitori del ritorno nell’Unione europea. A dieci anni dal referendum, la loro manifestazione appariva però più simile a un raduno di reduci che all’avanguardia di un movimento destinato a cambiare il Paese. Nessun grande leader, nessuna mobilitazione popolare, nessuna sensazione di trovarsi davanti a una causa capace di incendiare l’opinione pubblica. Nemmeno i Liberal Democratici hanno il coraggio di chiedere apertamente il rientro nell’UE, limitandosi a evocare un percorso graduale verso il mercato unico, vale a dire l’area nella quale merci, servizi, capitali e persone possono circolare liberamente tra gli Stati membri.

Eppure i sondaggi raccontano un’altra storia. Oggi circa il 55% dei britannici sarebbe favorevole a tornare nell’Unione europea. Il problema è che preferire qualcosa non significa considerarlo una priorità.

La Brexit ha probabilmente peggiorato la vita di molti cittadini britannici. Più burocrazia, minore libertà di movimento, maggiori costi commerciali. Ma dieci anni di dibattiti tossici, referendum mancati, voti parlamentari decisivi, ricorsi giudiziari e campagne permanenti hanno prodotto un fenomeno ancora più potente del rimpianto per la Brexit: una diffusa saturazione dell’opinione pubblica verso tutto ciò che riguarda il rapporto con l’Europa.

Keir Starmer lo ha compreso perfettamente. L’uomo che nel 2019 spinse Jeremy Corbyn verso la richiesta di un secondo referendum ha trascorso gli anni successivi a convincere gli elettori che la questione europea fosse definitivamente chiusa. Non perché abbia cambiato idea, ma perché ha capito che non si diventa primo ministro promettendo di riaprire vecchie ferite.

La Brexit, in fondo, non è stata né la rinascita sovranista immaginata dai suoi sostenitori né la catastrofe economica annunciata dai suoi oppositori. È stata soprattutto un acceleratore di problemi già esistenti, rapidamente oscurati dalla pandemia e dalla crisi energetica.

Per questo Burnham non tornerà sulla Brexit. Non perché abbia smesso di essere europeista, ma perché ha intuito che Nigel Farage continua a vincere ogni volta che il dibattito ritorna al 2016.

Il Regno Unito può anche essersi pentito della Brexit.

Ma non vuole più parlarne.

E nella politica contemporanea, spesso, la stanchezza conta più delle convinzioni.