Pignataro, il miliardario che pensa da umanista

Pignataro, il miliardario che pensa da umanista

22 giugno 2026

Di Andrea Pignataro non circolano fotografie e per vent’anni ha rilasciato una sola intervista. Eppure l’uomo più riservato della finanza italiana — fondatore di ION, impero globale del software costruito dal nulla — oggi si rivela un pensatore.

Già nel 2023, nell’unica intervista al Sole 24 Ore, diceva che la capacità distintiva dell’Homo Sapiens non è il calcolo, dove le macchine vincono, ma “l’esplorazione, la creatività, l’immaginazione, il prendere decisioni a bassa frequenza ma ad alto impatto”. Tre riflessioni recenti sono variazioni sullo stesso tema: più il mondo si digitalizza, più vale ciò che resta irriducibilmente umano. Ed è rivelatore che a dirlo sia chi gli algoritmi li costruisce.

In The Wrong Apocalypse smonta, Wittgenstein alla mano, i 2.000 miliardi bruciati in poche settimane dai mercati sul software d’impresa. È la “fallacia della sostituzione”: confondere il compito con il sistema. Il software non serve a “fare” lavoro cognitivo, ma a coordinarlo. “Le organizzazioni non si limitano a usare Salesforce: lo parlano”, scrive; e il software più radicato “non è uno strumento, è una forma di vita”. Una lingua non si cambia in un trimestre. Il paradosso più inquietante: “ogni cliente è insieme una fonte di ricavi e un segnale di addestramento”, e ogni impresa che adotta l’IA le insegna la grammatica del proprio mestiere, finendo per “addestrare il proprio sostituto”.

In The Market for Judgment separa la conoscenza dal giudizio: “la conoscenza è sapere cosa, il giudizio è sapere quale”. In un mondo dove l’informazione è gratis, “la risorsa più scarsa non è quello che sai, ma quanto bene scegli”. Il mentore migliore non aggiunge nozioni: sottrae, pota i rami, dà consigli che “suonano come: non farlo”. La tesi più scomoda: l’IA renderà la conoscenza un bene di massa, ma il giudizio resterà raro e diseguale, un “premio al giudizio” che rischia di allargare le disuguaglianze.

A Roma, al FII Priority Europe, ha tradotto la sua convinzione in suggerimenti per il Paese. La diagnosi cita il rapporto Draghi: il divario di crescita con gli USA è quasi tutto di produttività, dunque tecnologico. La proposta è generosa: l’Europa non deve vincere la corsa a inventare l’IA, deve adottarla più in fretta di tutti. Come nel dopoguerra, quando col Piano Marshall i manager europei impararono nelle fabbriche americane. Le ricette per l’Italia: incentivi fiscali ai risultati verificabili, più generosi quanto più rapida l’adozione; e gli appalti pubblici, il 14% del PIL UE, come leva, con preferenza al made in Europe. “Siamo davanti a un nuovo Rinascimento”, dice; il tech è un’occasione “non importa che sia prodotto altrove”.

C’è, in tutto questo, un patriottismo discreto. Pignataro teorizza il “capitale permanente”: in vent’anni “non ha mai venduto nessuna azienda acquistata”. E restituisce: il Management Science Lab della Bocconi, il campus di Renzo Piano per il Politecnico, le borse di studio. Lo si trova spesso nelle università: a volte a insegnare ai giovani, a volte agli adulti, a volte a progettare, molto più spesso ad ascoltare per imparare.

Si capisce allora perché si definisca “un imprenditore nell’accezione di Schumpeter”, uno cui piace “vedere opportunità dove altri vedono solo difficoltà”, e citi Vonnegut più volentieri dei multipli di Borsa. È la cifra di una cultura forgiata dal liceo classico, dove la tecnologia non è mai fine a sé stessa ma strumento al servizio delle persone: la domanda vera non è cosa sappiano fare le macchine, ma a cosa servano gli uomini. Tra i più ricchi al mondo, mette a disposizione del Paese ciò che ha di più prezioso: non il capitale, ma le idee per accorciare le distanze.