
Difesa europea e NATO: le guerre di parole non sono guerre
Nel 1970 un gruppo di psicologi dell’Università di Stanford mise davanti a dei bambini una scelta apparentemente banale: mangiare subito un marshmallow oppure attendere qualche minuto e riceverne due. L’esperimento, divenuto celebre, voleva misurare la capacità di rinviare la gratificazione immediata in vista di un beneficio maggiore nel futuro.
A distanza di oltre mezzo secolo, verrebbe da chiedersi quanti leader europei supererebbero quella prova.
Perché il confronto verbale con Donald Trump assomiglia sempre più a una versione geopolitica dell’esperimento del marshmallow. La tentazione è evidente: rispondere alle provocazioni del presidente americano garantisce un’immediata scarica di consenso domestico. Trump è impopolare presso gran parte dell’opinione pubblica europea e mostrarsi inflessibili nei suoi confronti appare un investimento elettorale a basso rischio.
Sul piano interno la strategia può funzionare. Il beneficio è quello di un classico effetto *rally around the flag*: di fronte a un attacco percepito come rivolto all’Italia, persino parte delle opposizioni tende a stringersi attorno a Palazzo Chigi. Inoltre, dopo la sconfitta referendaria di alcuni mesi fa e una serie di problemi nella gestione della squadra di governo, mostrarsi determinata aiuta a recuperare autorevolezza.
Ma qui finisce la politica interna e inizia la geopolitica.
Perché le guerre di parole non sono guerre vere.
E soprattutto non sostituiscono una strategia.
L’aspetto più rilevante dello sfogo trumpiano non era infatti la battuta sulla fotografia, per quanto sgradevole e irrispettosa. Era il riferimento alla decisione italiana di non autorizzare l’utilizzo di una base americana sul territorio nazionale durante il conflitto con l’Iran.
Dietro quella frase c’è molto più di una polemica personale. C’è la revisione in corso del rapporto transatlantico.
Per oltre settant’anni gli Stati Uniti hanno tollerato un compromesso implicito: garantire la sicurezza europea mantenendo ampi margini operativi, accettando al contempo le sensibilità sovrane degli alleati. L’amministrazione Trump sembra invece ritenere che quell’equilibrio non sia più sostenibile.
Il messaggio è semplice: se l’Europa vuole esercitare pienamente la propria autonomia decisionale, allora deve essere pronta a sostenerne anche i costi.
Ed è qui che emerge la contraddizione europea.
Ogni volta che Washington ricorda brutalmente la natura asimmetrica dell’alleanza, il Vecchio Continente reagisce con indignazione morale, dichiarazioni solenni e schermaglie mediatiche. Poi, una volta spenti i riflettori, torna a discutere di parametri di bilancio, procedure d’infrazione e margini di flessibilità.
L’Italia non fa eccezione.
Se davvero Roma intende trasformare le parole in fatti, dovrebbe avanzare proposte concrete per rafforzare la capacità militare europea, consolidare le filiere industriali della difesa, costruire riserve strategiche di materie prime critiche e ridurre la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti.
Invece continuiamo ad assistere a dispute con Bruxelles sulle regole fiscali e a dibattiti ideologici su percentuali di spesa che nessuno sembra realmente disposto a finanziare.
La verità è che Trump, nel suo stile spesso volgare e provocatorio, sta semplicemente accelerando un processo già in atto.
L’America non vuole più essere il garante gratuito della sicurezza europea.
E l’Europa non è ancora pronta ad accettare le conseguenze di questa scelta.
Per questo la tentazione di rispondere a Trump con altrettanta aggressività verbale è forte. Produce titoli, raccoglie applausi, rafforza temporaneamente il consenso.
È il marshmallow da mangiare subito.
Ma il secondo marshmallow, quello più grande e più difficile da ottenere, si chiama autonomia strategica. Richiede investimenti, scelte impopolari, coordinamento industriale e una disponibilità ad assumersi responsabilità che finora l’Europa ha accuratamente evitato.
Possiamo continuare a vincere le battaglie sui social network e nei talk show.
Ma se non saremo in grado di difenderci da soli, resteranno soltanto guerre di parole.
E le guerre di parole, quando arriva il momento delle decisioni vere, non spaventano nessuno.


