
Cacio, pepe e passivity rule
Ovvero: Il banchiere che ha lanciato un’Ops su Banca Generali pranza a Milano con l’AD della banca che vuole comprare; e non è neppure il primo tavolo di questa storia.
Tonnarelli cacio e pepe, mantecati al tavolo come da liturgia. Due settimane fa, ora di pranzo, Milano, via del Torchio: da Felice a Testaccio, succursale meneghina della cucina romanesca, sedevano uno di fronte all’altro Luigi Lovaglio e Gian Maria Mossa.
Il primo è l’amministratore delegato del Monte dei Paschi. Il secondo guida Banca Generali. In mezzo, oltre al pecorino, c’è un’offerta pubblica di scambio da 8,7 miliardi che il primo ha lanciato sulla banca del secondo.
Ora, nessuna legge vieta a due banchieri di dividere un primo. Qualunque ufficio compliance, sì. In pieno periodo d’offerta chi compra e chi è comprato devono correttezza e parità di trattamento a tutti gli azionisti: quello che uno dice all’altro o finisce in un comunicato, o è meglio che non venga detto. Il tavolo di una trattoria, per definizione, non emette comunicati.
Il calendario rende il pranzo ancora più indigesto. Generali e la sua controllata hanno fatto sapere che non si pronunceranno prima dell’assemblea senese del 29 ottobre. Ufficialmente, dunque, silenzio. Ufficiosamente, cacio e pepe. E il 23 settembre Lovaglio si è presentato al mercato offrendo al Leone un’alleanza che va ben oltre Banca Generali: bancassurance, wealth, asset management. Coincidenze.
C’è poi un dettaglio che il menu non riporta: ai prezzi di Borsa l’offerta su Banca Generali vale circa il 12% in meno del titolo. Per convincere qualcuno ad aderire a sconto servono argomenti robusti. O pranzi lunghi.
Non è il primo tavolo di questa storia. In agosto, in una trattoria di Gaiole in Chianti, lo stesso Lovaglio era stato visto con Corrado Passera, eletto in aprile nel consiglio del Monte. A fine luglio Dagospia aveva collocato Passera alla Pescheria Rossini di Roma con Giuseppe Castagna, numero uno di Banco Bpm, l’altro bersaglio delle Ops senesi: incontro mai confermato dagli interessati. Tre tavoli, tre dossier, zero verbali.
Ed è qui che la faccenda smette di essere gastronomica. A Rocca Salimbeni la governance è diventata porosa: le decisioni passano, ma non dal consiglio. Lo hanno messo per iscritto a luglio quattro consiglieri di minoranza, Maione, Boccardelli, Centra e De Martini, in una lettera al presidente Bisoni e al collegio sindacale su possibili “irregolarità nello svolgimento della funzione del consiglio di amministrazione”: trattative mai deliberate, deleghe che non c’erano, carte consegnate a ridosso delle riunioni. Poi la doppia Ops è passata soltanto a maggioranza, e a settembre la Consob ha chiesto al Monte di integrare l’informativa.
Il 29 ottobre a Siena servono i due terzi dei votanti. Lovaglio assicura che non sarà un referendum. Può darsi. Ma i soci, prima di alzare la mano, avrebbero diritto di sapere una cosa sola: quante decisioni del Monte si prendono in consiglio, e quante al ristorante.
Da Felice il conto lo porta il cameriere. A Siena lo portano gli azionisti.


