
Canada contro Trump: dietro la guerra dei dazi c’è la Cina
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Canada non riguarda acciaio, vino o mazze da hockey. Riguarda la Cina. Ed è un altro tassello della grand strategy americana: costruire una “Fortress America” economicamente integrata e impermeabile alle catene di approvvigionamento controllate da Pechino.
Il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato dazi “dollaro per dollaro” contro prodotti americani dopo il fallimento dei negoziati con Washington e l’imposizione da parte del presidente Donald Trump di tariffe del 50% su circa 20 miliardi di dollari di esportazioni canadesi. Ma il vero punto di rottura è un altro: Ottawa vuole mantenere mano libera negli accordi commerciali con Paesi terzi, Cina in particolare.
Washington chiede invece qualcosa di molto più strutturale: trasformare l’area nordamericana in un blocco economico e di sicurezza. Lo dice esplicitamente lo United States Trade Representative (USTR), l’ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti: cooperazione sui controlli alle esportazioni, contrasto al transito illecito delle merci, commercio digitale e allineamento di determinate tariffe esterne.
L’acciaio è il caso di scuola. Gli Stati Uniti pretendono la regola “melt and pour”: per ottenere il trattamento preferenziale, l’acciaio deve essere fuso e colato in Nord America. L’obiettivo è impedire che materiale cinese entri in Canada, venga sottoposto a trasformazioni marginali e attraversi poi il confine come prodotto nordamericano. Il Messico ha accettato requisiti più severi e aumentato le barriere contro acciaio e componentistica cinese. Il Canada, secondo Washington, non ha fornito garanzie sufficienti.
Qui si consuma lo scontro con Carney. Ottawa sostiene di poter diversificare: le esportazioni verso mercati diversi dagli Stati Uniti sarebbero destinate a raddoppiare nel prossimo decennio.
Ma la geografia economica è chiara. Quasi il 70% dell’export canadese dipende dagli Stati Uniti, mentre il Canada assorbe appena il 18% delle esportazioni americane. Un mercato di circa 40 milioni di consumatori sta sfidando un vicino quasi dieci volte più grande dal quale dipende strutturalmente.
Trump può quindi permettersi di alzare ulteriormente la pressione, anche con tariffe superiori al 50%, finché Ottawa non accetterà l’allineamento strategico richiesto da Washington.
E c’è persino una leva geopolitica interna. Se Carney decidesse di resistere, Washington potrebbe guardare con crescente interesse alle pulsioni autonomiste dell’Alberta, provincia ricchissima di risorse energetiche e insofferente verso Ottawa.
La disputa Canada-Stati Uniti è dunque molto più di una guerra commerciale. È una scelta di campo. Washington sta dicendo ai propri alleati nordamericani che l’accesso privilegiato al mercato americano avrà un prezzo: allineamento economico, industriale e strategico contro Pechino. Il Messico sembra averlo capito. Il Canada, per ora, vuole ancora tenere un piede in entrambi i mondi.


