
CBAM, la tassa europea che rischia di sconvolgere il mercato dell’acciaio
Il CBAM, il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere, rischia di modificare radicalmente gli equilibri del mercato siderurgico, imponendo costi aggiuntivi sulle importazioni di acciaio.
L’obiettivo è compensare il costo sostenuto dalle industrie europee attraverso l’ETS (Emissions Trading System), il sistema europeo di scambio delle quote di emissione. In sostanza, le imprese devono disporre di una quota per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Il prezzo delle quote viene determinato dal mercato e rappresenta un costo per la produzione industriale. Il CBAM punta ad applicare un onere equivalente alle emissioni incorporate nei prodotti importati, evitando che i concorrenti esteri beneficino di condizioni più favorevoli.
Ma le prime simulazioni evidenziano differenze enormi.
Per i coils laminati a caldo provenienti dall’India, il costo CBAM nel 2026 raggiunge 269 euro per tonnellata utilizzando i valori di emissione predefiniti dalla Commissione europea, contro 81 euro considerando quelli effettivi dello stabilimento.
Per le bramme vietnamite si passa da 182 a 112 euro. Ancora più clamoroso il caso della vergella indonesiana: 615 euro contro 141 euro per tonnellata. Una differenza di 474 euro, pari al 77%.
Il problema è che l’utilizzo delle emissioni effettive richiede verifiche da parte di organismi accreditati, mentre molti fornitori esteri non hanno ancora completato le procedure.
Dal febbraio 2027 inizierà la vendita dei certificati CBAM, il cui prezzo sarà collegato alle quotazioni ETS. Per le importazioni dal 2027, il riferimento diventerà settimanale, aumentando la variabilità dei costi.
Le imprese si trovano così a programmare gli acquisti senza conoscere con certezza gli oneri futuri.
Dal 2028 il meccanismo potrebbe inoltre essere esteso ai manufatti contenenti acciaio e alluminio.
Il paradosso è evidente: Bruxelles cerca di proteggere la siderurgia europea dalla concorrenza estera, ma rischia contemporaneamente di aumentare i costi delle imprese manifatturiere che utilizzano acciaio come materia prima.
La questione, dunque, non riguarda soltanto le acciaierie. Riguarda la competitività dell’intera industria europea.


