
Mosca e Washington trattano, l’Europa rischia di finire nel menu del ristorante della Storia
Trump ha tradito l’Ucraina? La domanda circola sui giornali tedeschi, insieme all’idea che abbia commesso un’altra gaffe rallentando Starshield, la versione militare di Starlink. Ma liquidare tutto come un errore, è una lettura fuorviante. Qui si intravede un cambiamento di linea, esibito senza troppe cautele.
Marco Rubio è in Asia centrale, dove ha incontrato i ministri degli Esteri di cinque Paesi allineati con Mosca, accompagnato da circa 200 dirigenti d’impresa. Steve Witkoff e Jared Kushner hanno discusso con Kirill Dmitriev, consigliere economico di Vladimir Putin, di investimenti, del futuro del Nord Stream e degli asset russi congelati. Insomma dopo il gasolio, Mosca e Washington avrebbero pronto un accordo sul gas?
La frenata a Starshield, l’appeasement con Mosca le dure critiche al presidente ucraino Zelensky, compongono un quadro che va preso sul serio. La linea potrebbe cambiare ancora tra due mesi, ma oggi gli indizi si muovono tutti nella stessa direzione.
Va da sé che per l’Europa un accordo preso alle sue spalle sancirebbe la disfatta strategica ammesso che si potesse mai parlare veramente in questi anni. La carenza in Europa di massa critica sul lato produttivo militare non ne hanno mai fatto veramente un attore geopolitico.
E’ evidente che la rilevanza dei flussi energetici da Mosca provocherebbe un corto circuito nei Paesi europei già minati da una crescente instabilità sociale come è emerso chiaramente dalle proteste violente a Parigi e Milano: da un lato la discesa dei prezzi dei carburanti e del gas offrendo sollievo a famiglie e imprese. Dall’altro però sancirebbe la messa in discussione dell’architettura della sicurezza europea che rappresenta il fine ultimo di Mosca.
E’ plausibile che l’Europa continuerà a fare il possibile per sostenere lo sforzo bellico ucraino. Ma le risorse finanziarie cominciano a scarseggiare. Ieri il primo ministro belga Bart De Wever ha chiesto di normalizzare i rapporti con la Russia: senza il pieno sostegno americano, ha detto, l’Europa non può vincere la guerra né sul piano militare né su quello economico. L’aumento dei prezzi mondiali del petrolio ha spostato gli equilibri.
Il punto, però, non è soltanto che un altro Paese si aggiunga al fronte degli stanchi della guerra. È che il Belgio custodisce la maggior parte degli asset russi congelati. L’Unione europea non può sequestrarli senza il consenso di De Wever, e finora non ci sono segnali che Bruxelles sia pronta a ottenerlo.
Non convince neppure l’idea di risolvere la questione con un meccanismo di riassicurazione, come si era prospettato al Consiglio europeo di dicembre. Quale garanzia potrebbe essere davvero automatica e sicura se, al momento di attivarla, servisse comunque il consenso politico del Consiglio? A quel punto la copertura perderebbe valore. E non è chiaro come si possa rendere automatico il trasferimento di circa 200 miliardi di euro, sul modello di un contratto di protezione dal rischio di insolvenza: l’Unione non dispone di fondi liberi da destinare a questo scopo. Si potrebbe pensare a un ruolo della BCE ma la strada è in salita.
Le parole di De Wever suggeriscono che la partita non riguardi soltanto il denaro, ma la sicurezza. Il Belgio è un Paese piccolo, con un esercito limitato, molte istituzioni internazionali e una grande banca. Come la Svizzera, non può permettersi di trasformare la propria posizione in un azzardo geopolitico.


