La Francia sull’orlo dell’insurrezione

La Francia sull’orlo dell’insurrezione

19 ottobre 2026

La Francia è entrata in una fase potenzialmente rivoluzionaria. Le proteste di sabato, che hanno mobilitato tra 550mila e 800mila persone, sono degenerate in una violenza senza precedenti: 2.300 arresti, quasi mille agenti feriti e 1.500 attività commerciali saccheggiate o vandalizzate. In una sola giornata si è registrato un bilancio paragonabile a quello dei 16 mesi di mobilitazione dei gilet gialli.

Nel mirino non soltanto negozi e imprese, ma i simboli stessi dello Stato: municipi, prefetture, commissariati, Assemblea nazionale e Palazzo dell’Eliseo.

Sarebbe però un errore liquidare quanto accaduto come semplice violenza di piazza o attribuirlo all’immigrazione. La protesta nasce dalla convergenza tra gilet gialli, studenti e sindacati, accomunati dal deterioramento del potere d’acquisto e dall’assenza di prospettive economiche.

Il problema è che lo Stato francese non dispone più degli strumenti finanziari per disinnescare il malcontento. Alla crisi politica si sommano quella fiscale, energetica e sociale. Ora si aggiunge anche una crisi di sicurezza.

Macron promette fermezza, ma la repressione non può sostituire una politica economica capace di ricostruire il consenso.

Chi beneficia del caos? Marine Le Pen, che può capitalizzare la domanda di ordine e sicurezza, e Jean-Luc Mélenchon, che punta a trasformare la rabbia sociale in opposizione al sistema. Il centro politico rischia invece di essere schiacciato.

La Francia si avvicina così alle presidenziali con un’economia indebolita, finanze pubbliche compromesse e istituzioni sempre più contestate.

Il punto non è più soltanto la tenuta del governo, ma quella della Quinta Repubblica.

Victor Hugo distingueva tra sommossa e insurrezione. La prima è un’esplosione di rabbia, la seconda mette in discussione l’ordine costituito.

La domanda è se il Brumaio francese del 2026 rappresenti soltanto una fiammata di protesta oppure l’inizio di una crisi di regime.