Una “Sassata” al contrario: ecco il Rapporto che ogni governo dovrebbe tenere sul tavolo

Una “Sassata” al contrario: ecco il Rapporto che ogni governo dovrebbe tenere sul tavolo

20 ottobre 2026

C’è un documento, uscito da poche settimane, che merita di essere letto da chi governa e da chi si prepara a farlo. Si intitola «Le leve per la crescita. Coesione, competitività e modernizzazione istituzionale oltre la stagione del PNRR», lo ha curato Roberto Garofoli — magistrato, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio — su impulso dell’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, e lo pubblica il Mulino. Vi hanno lavorato per un anno più di cento persone, in gran parte dirigenti delle istituzioni pubbliche insieme a studiosi ed esperti. Non è il manifesto di uno schieramento: è un inventario ragionato di ciò che nel Paese non funziona, di ciò che negli ultimi anni ha cominciato a funzionare e di ciò che si potrebbe fare. Ed è messo a disposizione di chiunque governi, di qualunque colore.

 

La tesi: il problema è la macchina

Il punto di partenza è un numero che da solo spiega vent’anni di dibattito pubblico: dall’inizio del secolo la produttività per ora lavorata è cresciuta in Italia del 6%, contro il 13-34% degli altri grandi Paesi europei. Non è un destino. Il Rapporto sostiene che molti ritardi italiani non dipendono soltanto da risorse insufficienti o da scelte politiche sbagliate, ma da come funziona la macchina della Repubblica: mancano strutture pubbliche di analisi e regia strategica, capaci di fissare priorità e tenerle nel tempo; e a questo si sommano frammentazione, difficoltà di coordinamento, debole capacità di attuare ciò che si decide. È una fragilità trasversale, che riemerge identica in settori diversissimi — nell’energia come nell’acqua, nella sanità come nella sicurezza.

La buona notizia è che il PNRR ha dimostrato che la macchina può cambiare. I tempi di pagamento della pubblica amministrazione sono scesi da 53 a 27 giorni, i procedimenti civili pendenti si sono più che dimezzati rispetto al 2009, le stazioni appaltanti sono passate da oltre 38 mila a meno di 4 mila. Dietro questi risultati c’è un metodo — obiettivi, tempi certi, monitoraggio — che il Piano ha imposto dall’esterno e che ora rischia di essere smontato pezzo per pezzo. La proposta più importante del Rapporto è anche la più semplice: rendere ordinario quel metodo, invece di tornare alle vecchie abitudini.

Attorno a questa tesi si articolano tre leve, trattate come interdipendenti: l’investimento sociale e la coesione, che il Rapporto considera una condizione della crescita e non una sua conseguenza; la competitività del sistema produttivo, a partire da energia, acqua e tecnologie; la qualità delle istituzioni. Diciassette capitoli, ciascuno con dati, diagnosi e proposte numerate. Non tutte condivisibili, non tutte facili. Ma concrete, e questo nel dibattito italiano è già una rarità.

La sicurezza nazionale comincia dalle infrastrutture È sui temi della sicurezza che il Rapporto dice alcune delle cose più nette, e lo fa partendo da un’idea che vale la pena sottolineare: la sicurezza di un Paese oggi non si misura solo in soldati e sistemi d’arma, ma nella tenuta delle sue infrastrutture essenziali. Energia, acqua e reti digitali sono diventati sistemi interdipendenti — un data center consuma elettricità e acqua, una rete elettrica dipende dal software che la governa — e non possono essere governati separatamente. Da qui una proposta che dovrebbe mettere d’accordo tutti: un Documento di sicurezza nazionale che fissi priorità, risorse e tempi su questi tre fronti insieme. L’Italia, ricorda il Rapporto, è l’unico Paese del G7 a non averne uno.

Sull’energia i numeri sono quelli che le imprese conoscono bene: nel secondo semestre del 2025 l’elettricità è costata in Italia 101,7 euro al megawattora, contro 34,1 in Francia e 38,8 in Spagna; il gas ha fissato il prezzo per oltre il 63% delle ore, e la produzione nazionale è scesa a 2,88 miliardi di metri cubi dai 16,7 del 2000. La risposta proposta non è ideologica: autorizzare le rinnovabili dove la rete le può assorbire, investire in accumuli e connessioni, sganciare il prezzo dal gas con contratti di lungo termine, gestire con più flessibilità gli stoccaggi, programmare la sostituzione delle vecchie centrali e valutare senza pregiudizi le nuove tecnologie. Sull’acqua, la fragilità è ancora più evidente: le reti perdono il 42% di quanto immesso, con punte oltre il 65% in Basilicata, e ancora 1.312 gestori «in economia» — cioè Comuni che fanno da soli — investono 29 euro per abitante contro i 94 dei gestori industriali. Il Rapporto chiede una regia nazionale, gestori di scala adeguata, il recupero dei due miliardi di metri cubi che le dighe esistenti potrebbero trattenere e non trattengono.

Poi c’è il fronte digitale, dove l’Italia ha costruito in pochi anni un’infrastruttura che il resto d’Europa ci invidia — copertura 5G al 99,5%, 48 milioni di carte d’identità elettroniche — ma resta esposta. Le proposte qui sono da leggere con attenzione da chi si occupa di difesa: estendere i servizi del centro nazionale di sicurezza cibernetica alla sanità e ai porti, stabilizzare i presìdi regionali contro gli attacchi informatici, far entrare nella programmazione ordinaria la protezione dei cavi sottomarini e la transizione alla crittografia resistente ai computer quantistici. E una regola di buon senso che vale una politica industriale: nei contratti con fornitori non europei per servizi critici, clausole di uscita verificabili e un inventario annuale delle dipendenze tecnologiche di ogni amministrazione strategica. Sapere da chi dipendiamo è il primo atto di difesa.

Le città sicure sono un tema economico

Il capitolo sulla sicurezza urbana è forse quello in cui il Rapporto rovescia con più decisione il modo abituale di discutere. L’insicurezza, reale e percepita, costa oltre 25 miliardi l’anno, circa l’1,2% del PIL, e nelle aree a più alta densità criminale gli investimenti sono inferiori fino al 14%: la sicurezza, prima che un tema di ordine pubblico, è una condizione dell’attrattività dei territori. I dati non autorizzano allarmismi — i reati restano sotto i livelli di molti Paesi europei — ma indicano dove guardare: le rapine negli esercizi commerciali crescono dell’8,3%, un quarto dei reati si concentra a Milano, Roma e Firenze, gli ingressi dei minori negli istituti penali sono passati da 1.051 a 1.258 in due anni.

Le proposte sono il genere di cose che un ministro dell’Interno di qualunque colore potrebbe firmare domani mattina. Distribuire i presìdi di polizia non sui residenti ma sulla popolazione effettivamente presente — pendolari, studenti, turisti, passeggeri delle stazioni — che è la ragione per cui le grandi città risultano sempre in cima alle classifiche dei reati. Aprire posti di polizia nelle nuove polarità urbane: centri commerciali, campus, nodi ferroviari e aeroportuali. Fissare standard nazionali per le Polizie locali, oggi diversissime per reclutamento, formazione e dotazioni. Valutare l’impatto sulla sicurezza dei grandi interventi urbanistici prima di approvarli, come si fa con l’ambiente. Rendere stabile la rigenerazione dei quartieri fragili, che il PNRR ha finanziato e che rischia di finire con il Piano. E trasformare i Patti per la sicurezza urbana da cerimonie in strumenti con obiettivi misurabili, tempi e responsabilità. Sulla devianza minorile, infine, il Rapporto rifiuta la sola risposta penale e chiede di tenere insieme scuola, servizi sociali e giustizia minorile — non per buonismo, ma perché è l’unica cosa che funziona.

Perché va letto

Si può non essere d’accordo su tutto. Qualcuno troverà il Rapporto troppo attento alla regia centrale, qualcun altro troppo prudente sul nucleare o troppo spinto sulle rinnovabili. Ma il valore di un lavoro come questo non sta nel consenso che raccoglie: sta nel fatto che fissa una griglia — dati verificabili, problemi definiti, proposte misurabili — dentro la quale chiunque può discutere. In una stagione in cui la campagna elettorale è già cominciata e il PNRR si è appena chiuso, un documento che non appartiene a nessuno e che parla a tutti è una risorsa pubblica. Andrebbe diffuso, discusso, contestato dove serve. E soprattutto usato: le idee ci sono, e sono concrete. Chi governerà dovrà solo avere l’umiltà di attingervi.