
Francia, 176 punti di spread: la crisi finanziaria è cominciata
La Francia è entrata nella fase iniziale di una crisi finanziaria. A certificarlo non è tanto il rendimento dei titoli decennali, ormai superiore al 5%, quanto il differenziale rispetto ai Bund tedeschi, balzato a 176 punti base. Un livello che segnala una crescente sfiducia degli investitori nella sostenibilità del debito francese.
Il dato più significativo è la divergenza tra Parigi e Berlino. Mentre i rendimenti francesi salgono, quelli tedeschi scendono. Gli investitori stanno vendendo titoli francesi per acquistare obbligazioni tedesche. Non siamo di fronte a un attacco speculativo, ma a un progressivo spostamento dei capitali verso attività considerate più sicure.
È esattamente il meccanismo che caratterizza le prime fasi delle crisi del debito sovrano.
Durante la crisi dell’euro, il Tesoro italiano considerava uno spread di 200 punti base una soglia critica. Non esiste naturalmente un numero magico oltre il quale scatta il collasso. Il problema è la dinamica che si innesca quando gli investitori cominciano a dubitare della capacità di uno Stato di onorare i propri impegni.
Più aumenta la percezione del rischio, più gli investitori vendono. Più vendono, più salgono i rendimenti. E più salgono i rendimenti, più diventa oneroso rifinanziare il debito. Una spirale che rischia di trasformare una crisi di fiducia in una crisi di solvibilità.
Qualcuno potrebbe obiettare che un rendimento del 5% rappresenti un’opportunità. Ma un’obbligazione è conveniente soltanto se il capitale viene restituito. Quando emerge un rischio concreto di insolvenza, il 5% può diventare un premio del tutto insufficiente.
La questione francese è soprattutto politica. La probabilità di una crisi non può essere calcolata attraverso formule matematiche perché dipende da eventi difficilmente quantificabili. Persino la vittoria di un candidato moderato alle presidenziali potrebbe non risolvere il problema qualora il Parlamento restasse paralizzato.
Ed è proprio questo il punto: la Francia non ha bisogno di uno shock straordinario per precipitare in una crisi conclamata. Potrebbe bastare il normale susseguirsi degli eventi politici.
Il rischio è che i mercati abbiano iniziato a prendere atto di questa realtà prima della politica.


