
Crisi elettrodomestici: dopo Beko sarà la volta di Electrolux?
Electrolux è tornata a fare utili, dicono. Peccato che la cassa bruci a ritmi da bancarotta: 5,2 miliardi evaporati in sei mesi, un indebitamento netto vicino ai 28 miliardi di corone svedesi, il rating scivolato a BBB- e un titolo crollato ai minimi storici. Se questo è il “rilancio”, allora siamo alla farsa.
Dietro la vernice del rilancio, il modello resta inchiodato agli errori di sempre: centralizzazione ottusa, delocalizzazioni selvagge, marchi stanchi e concorrenza asiatica che galoppa, mentre le famiglie europee scelgono il prezzo più basso. Risultato: un colosso che sopravvive tagliando, ma che non cresce.
I sacrifici imposti ai lavoratori – riorganizzazioni, licenziamenti, riduzioni – non hanno garantito futuro, ma solo narcotizzato un presente sempre più precario. L’ossessione per il profitto trimestrale ha prodotto l’opposto: una multinazionale che chiama “valore” la chiusura di stabilimenti e che oggi campa solo grazie al salvagente della famiglia Wallenberg.
Si parla di “snellimento” mentre il debito esplode, di “valorizzazione dei brand” mentre i consumatori scelgono altro, di “sostenibilità” mentre interi territori vengono desertificati. La verità è che Electrolux è diventata il paradigma della multinazionale che divora il tessuto industriale europeo mentre predica resilienza e innovazione.
Se il futuro è la svendita a Midea o Haier, allora che lo dicano chiaro: questa si chiama desertificazione industriale. E che la smettano di raccontare che famiglie operaie e impiegatizie debbano ancora una volta pagare la fattura di manager distratti, strategie fallite e proprietà che vedono nello stabilimento solo una riga di Excel.
In Italia Electrolux mantiene ancora cinque siti produttivi – Porcia (lavatrici), Susegana (frigoriferi), Solaro (lavastoviglie), Forlì (forni), Cerreto d’Esi (cappe) – con 4.500 lavoratori appesi a un filo.
Ma diciamolo senza ipocrisie: se al posto di Electrolux ci fosse scritto Whirlpool/Beko (venduta dal Ministro Urso come un successo, ma la realtà e’ decisamente un’altra) la musica non cambierebbe. È la stessa storia di un’industria europea che arretra, pezzo dopo pezzo.
Insomma, un’altra tegola sta per abbattersi sulla testa del Governo.