
Da Fini a Giuli, passando per chiunque torni utile a capovolgere il verdetto delle urne e cacciare gli “usurpatori” del potere
Il meccanismo è sempre lo stesso: pompare mediaticamente chi può aiutare a “sputtanare” chi ha vinto democraticamente le elezioni politiche e riportare al potere chi le ha perse.
Ricordate? Per abbattere Berlusconi, l’inventore del vittorioso centrodestra, si rivelò perfetto perfino il post-fascista Fini. Con la regia del presidente Napolitano, quasi tutti i media si scatenarono per glorificare (rectius, santificare) le mosse del leader di AN nell’illusione di poter succedere al Cav.
Poi, Fini ci mise del suo per autoeliminarsi e trascinare nel baratro un’intera comunità. Le sinistre tornarono in auge a colpi di governi “tecnici” (e inciuci vari) e se non ci fosse stata Giorgia Meloni, ancora riuscirebbero a governare.
Così, da tre anni e mezzo, tocca a lei subire l’assalto alla diligenza. Qualsiasi cosa e’ buona per scatenare la canea politica rabbiosa (e naturalmente mediatica) di chi si è visto sottrarre di nuovo governo e potere.
Va bene chiunque, purché porti acqua al mulino utilizzato per la cacciata degli usurpatori. Che avranno pure vinto le politiche del settembre ‘22, ma siccome sono incapaci, devono togliere il disturbo il più rapidamente possibile.
Non ha nessuna importanza che siano riusciti a tenere sotto controllo i conti dello Stato disastrati dai Gentiloni, Letta, Monti, Draghi, Conte e compagnia bella, macché; che abbiano azzerato lo “spread” con il quale Europa e sinistre assortite eliminarono Berlusconi: quisquilie; che stiano facendo fronte ad una crisi continentale contrassegnata dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente: pinzillacchere.
E’ sufficiente che un Renzi qualsiasi, dall’alto del 2/2,5% di consensi attribuitigli dai sondaggi, decida di vendicarsi per non potersi più arricchire con le consulenze all’estero e subito giù interviste a valanga contro la Meloni.
Ogni normale incidente di percorso, che durante i governi precedenti veniva nascosto o confinato in articoletti senza storia, diventa un “caso” da prima pagina; da scandalo con tanto di dimissioni del ministro preso di mira.
Sgonfiato il “caso Minetti” (che secondo i gazzettieri doveva decapitare l’incolpevole Nordio, già salvatosi miracolosamente dalla sconfitta al referendum sulla giustizia), ecco arrivare ora il “caso Giuli”.
La sostituzione di un paio di collaboratori non più graditi, diventa subito un terremoto istituzionale. Il capo della segreteria tecnica, Emanuele Merlino, è stimato dal sottosegretario Fazzolari? E allora “crucifige!”. Se poi è anche figlio di un fondatore di Avanguardia Nazionale, ancora meglio. Le “colpe” dei padri, se sono di destra, devono necessariamente cadere sui figli: quindi, l’epurazione e’ opportuna, viva Giuli! E se infine potrebbe essere in qualche modo anche responsabile del mancato finanziamento al documentario su Regeni (peraltro già “bocciato” due anni fa), allora diventa un’opera di giustizia di cui bisogna senz’altro essere grati al successore di Sangiuliano.
Già, perché il problema è legato ai soldi del MIC. Alla “grande stampa indipendente” non interessa mai una bella inchiesta sullo scandalo dei tax credit a pioggia per finanziare decine decine di porcherie di registi più o meno titolati, nossignore. Ci sono fior di indagini della magistratura che però vengono tenute nascoste. L’importante è sostenere le rivendicazioni di produttori e cineasti a cui è stata tolta la bistecca dal piatto dopo anni e anni di pranzi luculliani con i soldi pubblici.
E i fari vanno accesi solo per denunciare le poche pellicole attribuibili alla destra.
O, appunto, per denunciare le presunte “censure” contro i prodotti timbrati dalla sinistra durante il lungo periodo di controllo del MIC.
Vero Franceschini?


