
Energia senza coraggio: Pichetto paga la Francia e spegne l’Italia
Il rinnovo per 15 anni degli accordi con la Francia per lo stoccaggio del combustibile esausto è l’ennesima prova dell’inesistenza di una qualunque strategia. Si paga — verosimilmente decine di milioni l’anno — per tenere all’estero ciò che l’Italia non ha il coraggio di gestire in casa.
Il nodo è sempre lo stesso: il Deposito Nazionale. Un’infrastruttura necessaria, non opzionale. Senza quella, parlare di ritorno al nucleare è esercizio retorico. Perché il ciclo del combustibile non si chiude con gli annunci, ma con la gestione dei rifiuti.
Nel frattempo, i depositi temporanei italiani — quelli che ospitano rifiuti radioattivi di origine medica e industriale — si avvicinano alla saturazione. Qui non c’entra la transizione energetica. C’entra la capacità minima di uno Stato di gestire sé stesso.
E poi c’è il carbone. Altro dossier evitato.
Le centrali di Brindisi e Civitavecchia restano ferme mentre il mercato manda segnali chiari: con il gas sopra i 55–60 €/MWh, quegli impianti tornano economicamente sensati. Non sono la soluzione, ma sono una soluzione. Parliamo di circa il 5% del fabbisogno nazionale: 15 TWh. Non cambia il mondo, ma cambia la resilienza del sistema.
Il punto è politico prima che industriale.
Una via operativa esiste: trasferire al GSE il ruolo di produttore, centralizzando approvvigionamenti e vendita dell’energia, lasciando a Enel la gestione operativa degli impianti. Un modello ibrido che trasformerebbe il carbone in uno strumento di sicurezza, non di mercato. Il costo? Spalmabile in bolletta, come già avviene per altre componenti di sistema.
Il problema è che manca il coraggio di dirlo.
Si preferisce pagare la Francia, rimandare il Deposito Nazionale, lasciare che gli impianti esistenti si spengano lentamente. Tutto coerente con una linea: evitare decisioni impopolari oggi, scaricando il costo domani.
Ma l’energia non aspetta la politica.


