La bulimia di cariche di Giggino il “bibitaro”: da Fuorigrotta ai salotti buoni dell’Europa

La bulimia di cariche di Giggino il “bibitaro”: da Fuorigrotta ai salotti buoni dell’Europa

10 maggio 2026

Luigi Di Maio sembra aver scoperto il segreto della politica contemporanea europea: perdere consenso nazionale, moltiplicare incarichi internazionali. Una parabola che in Italia sarebbe difficile persino immaginare se non fosse reale.

Non bastava la nomina a “Honorary Professor” presso il Dipartimento di Defence Studies del King’s College di Londra, annunciata nel febbraio 2026. Un riconoscimento curioso per un ex leader politico senza particolari pubblicazioni accademiche, senza una carriera diplomatica strutturata e senza competenze militari note.

Ora arriva un altro tassello: l’ingresso nello European Council on Foreign Relations, il celebre “think tank” paneuropeo specializzato in politica estera e sicurezza.

La domanda non è tanto cosa faccia Di Maio dentro queste strutture. La domanda vera è: perché queste strutture stanno investendo su Di Maio?

Perché qui non siamo più davanti a una semplice collocazione post-politica. Siamo davanti a un processo di costruzione del personaggio. Di Maio viene progressivamente trasformato in una figura da establishment transnazionale: conferenze, board, incarichi simbolici, relazioni accademiche, circuiti diplomatici, networking euro-atlantico.

Una metamorfosi impressionante se si pensa che stiamo parlando dello stesso uomo che fino a pochi anni fa guidava un movimento nato sull’anti-establishment, sulla critica alle élite, sul rifiuto dei “poteri forti” e delle architetture sovranazionali.

Ed è qui che la vicenda diventa interessante.

Per capire cosa sia davvero l’ECFR basta aprire Wikipedia, senza bisogno di complottismi. Lo European Council on Foreign Relations è un’organizzazione privata finanziata da grandi donatori internazionali. Tra i soggetti che ne hanno sostenuto la nascita figurano le Open Society Foundations di George Soros.

Fine. Fonte aperta. Nessun mistero

Il punto però non è Soros in sé. Il punto è il meccanismo.

Esiste un ecosistema euro-atlantico composto da think tank, fondazioni, università, advisory board, organismi multilaterali e piattaforme di policy che negli ultimi anni ha iniziato a selezionare, allevare e promuovere figure politiche considerate compatibili con una certa visione del mondo: integrazione europea, governance tecnocratica, atlantismo, multilateralismo liberale.

Di Maio oggi sembra perfettamente inserito dentro questa filiera.

E allora diventa legittimo chiedersi se non sia in corso un’operazione più ampia. Non la semplice “sistemazione” di un ex ministro dello Sviluppo Economico, degli Esteri e addirittura vicepresidente del Consiglio. Ma la costruzione paziente di un profilo spendibile in futuro dentro istituzioni europee, organismi internazionali o grandi reti diplomatiche.

Perché la politica contemporanea funziona sempre meno attraverso il consenso popolare e sempre più attraverso la certificazione reputazionale prodotta da questi circuiti.

Non importa quanto consenso tu abbia perso nel tuo Paese. Importa essere riconosciuto dalle reti giuste.

La vera ironia è che il Movimento 5 Stelle nacque denunciando proprio questo sistema: cooptazione, tecnocrazia, relazioni opache tra politica e grandi fondazioni internazionali.

Oggi uno dei suoi ex leader più simbolici sembra esserne diventato il prodotto perfetto.

La rivoluzione populista che finisce con una fellowship londinese e una poltrona in un “think tank” globalista è forse la sintesi più precisa della politica europea degli ultimi dieci anni.