Da Orcel che guarda il Monte al board francese del Banco, fino a Generali: le banche protagoniste del 2026

Da Orcel che guarda il Monte al board francese del Banco, fino a Generali: le banche protagoniste del 2026

06 gennaio 2026

Che succede nel risiko bancario? Proviamo a fare un po’ di ordine per capire quali saranno i dossier caldi del 2026.

Il primo punto all’ordine del giorno è il Monte dei Paschi di Siena. Dopo la spumeggiante performance del 2025 con la conquista di Mediobanca, il nuovo agglomerato si trova ora di fronte a due grandi sfide. La prima è l’integrazione di queste due importanti istituzioni, per la messa a terra di un progetto che sulla carta ha un grande senso nazionale e un complesso senso industriale. La seconda è il rinnovo del board, che dovrà affrontare l’assemblea di primavera con la palla al piede della sciagurata legge capitali (voluta all’epoca dal tandem Caputi-Sala e servita a nulla se non a complicare i processi e a dare forza alle allora minoranze, che nel frattempo sono diventate maggioranze).

Su questo rinnovo del board, ad oggi, ci sono due punti fermi: Nicola Maione deve fare un altro mandato da presidente, perché è l’uomo che dà maggiori certezze istituzionali; Luigi Lovaglio, invece, sarebbe meglio sostituirlo perché – è questa la vulgata – fa un po’ troppo di testa sua e ha concentrato eccessivamente la visibilità della banca su di sé. A questo si aggiunge la tegola del processo che i pm di Milano hanno intentato per il presunto concerto nella vendita della quota del MEF nel Monte, che vede formalmente l’amministratore delegato coinvolto.

Che succederà del progetto Monte–Mediobanca è tutto da vedere. Resta centrale il nodo della partecipazione di Mediobanca in Generali, vero tesoro che ha autorizzato i bucanieri della Regina a muoversi. Intesa è lì, in attesa di essere chiamata in causa per giocare un ruolo, magari rilevando una quota di quel 13% e avviando un processo di integrazione con il Leone, creando una grande banca-assicurazione italiana e togliendo quel velo francese, leggero ma fastidioso, dalla cassaforte del risparmio nazionale.

Ma se Intesa ha i suoi tempi, il suo passo istituzionale e la sua calma olimpica, l’UniCredit di Andrea Orcel è sempre lì a studiare una zampata. In queste settimane natalizie è circolata con insistenza la voce che possa essere lui a comprare la quota di Delfin dentro il Monte. Se così fosse, UniCredit partirebbe alla scalata di Siena, non necessariamente con un’OPA, ma costruendo una posizione solida da cui manovrare non solo la finanza ma anche il potere (forse dopo le cinquine prese a Roma, qualcuno gli ha ricordato che Cuccia diceva che “le azioni si pesano, non si contano”).

L’altro protagonista del 2026 si chiama Crédit Agricole. La banca francese sta conquistando silenziosamente Banco BPM, ovvero la banca più importante per il sistema delle imprese del Nord Italia. I francesi sono ora al 20% e hanno chiesto di salire al 30%. Ad aprile anche il board di piazza Meda dovrà essere rinnovato e Parigi giocherà un ruolo da protagonista (anche qui grazie alla complicità della legge capitali).

I francesi stanno valutando se presentare una lista di minoranza oppure appoggiare la lista del Consiglio messa in piedi da Giuseppe Castagna. È chiaro, però, che la sosterrebbero solo con la garanzia di avere nomi di riferimento per Agricole. In un modo o nell’altro, la terza banca italiana rischia quindi di non essere più italiana. E vale la pena ricordare che fu bloccata l’OPA sul Banco da parte dell’italianissima UniCredit, sventolando un golden power senza senso, per ritrovarci oggi a un passo dal consegnarla allo straniero.

La bizzarra vicenda francese è peraltro condita da un nuovo capitolo interessante. Pochi giorni fa il Banco ha modificato lo statuto per recepire le norme del DDL capitali e, nel farlo, ha allargato la possibilità di rappresentanza delle minoranze fino a sei consiglieri.

Un altro regalo a Parigi? Quando a Palazzo Chigi hanno sentito questa storia, qualcuno si è fatto più di una domanda.