Difesa ed energia, così si rompe l’asse Berlino-Parigi

Difesa ed energia, così si rompe l’asse Berlino-Parigi

10 febbraio 2026

La rottura dell’asse Berlino-Parigi non esplode in un vertice, ma si sedimenta dossier dopo dossier. Difesa ed energia sono oggi i due teatri dove la faglia europea si sta allargando più rapidamente.

Il segnale politico era già arrivato sul commercio: il via libera all’accordo UE–Mercosur, passato nonostante l’opposizione francese, ha certificato che l’Europa può decidere anche senza Parigi. Lo stesso schema si replica sul “Buy European”, dove l’asse industriale tra Berlino e Roma spinge su competitività e deregolamentazione, mentre l’Eliseo insiste su nuove architetture regolatorie.

Non è solo divergenza tecnica: è una diversa idea di sovranità industriale.

Ma è sulla difesa che la frattura diventa strategica. La Francia si propone come architrave della sovranità militare europea, salvo poi irrigidirsi quando i programmi entrano nella fase industriale. Accadde con l’Eurofighter, abbandonato per sviluppare il Rafale. Rischia di riaccadere con il Future Combat Air System: cooperazione sul “combat cloud”, ma non sul velivolo.

Berlino non accetta una leadership industriale francese su un programma finanziato con risorse comuni, né requisiti — come la compatibilità con portaerei — che riflettono priorità nazionali travestite da europee.

La stessa logica si replica sull’energia. Parigi socializza i costi della transizione puntando sul nucleare: elettrificazione al 60% dei consumi e almeno sei nuovi EPR, per oltre 70 miliardi. Berlino, uscita dall’atomo, scarica invece il peso sulla rete: oltre 650 miliardi di investimenti e nuove regole che trasferiscono costi e rischi sui produttori rinnovabili.

Due modelli opposti, un’unica conseguenza: l’erosione del motore franco-tedesco. Non divergono gli obiettivi climatici o militari, ma la governance industriale e finanziaria per raggiungerli.

Grande confusione sotto il cielo europeo.

E mentre Parigi e Berlino si allontanano, il resto del continente — Italia inclusa — osserva. Far entrare Berlino nel GCAP sarebbe indubbiamente un bel colpo. Un programma di quelle dimensioni non sta in piedi se non ha masse critiche adeguate.

Occorre però valutare con che ruolo entrerebbe la Germania (il nodo è naturalmente lo sharing e la condivisione delle parti più pregiate del programma). In ogni caso, in Europa non ci sarebbe stato spazio per due programmi concorrenti di simile portata.

Lo permetteranno gli americani? La domanda agita qualche analista, ma risulta difficile che Washington possa far saltare tutto il GCAP: è l’unico oggetto che impedisce agli Stati Uniti di alzare i prezzi dell’F-35.