
La crisi della carta stampata: verso una narrativa perduta
Quello che è appena accaduto al Washington Post accadrà ovunque. Non è una questione geografica. Non è una questione di prestigio. Non è nemmeno una questione di proprietà. Uno dei quotidiani più influenti al mondo ha licenziato oltre 300 giornalisti — circa un terzo della redazione — chiudendo al contempo diverse sedi estere. Dare la colpa a Jeff Bezos è la scorciatoia più facile. Ma significa mancare il punto centrale.
Questa è un’industria in declino strutturale.
Il modello di business dei giornali non funziona più nell’architettura economica del XXI secolo. Sopravvivranno alcune nicchie di successo — il paradigma Wall Street Journal — ma il comparto nel suo complesso, inclusa la stampa economico-finanziaria, non è immune.
Come in molte altre dinamiche commerciali e sociali, gli Stati Uniti sono solo più avanti nel ciclo rispetto all’Europa. Le stesse forze stanno già erodendo la stampa continentale. I giovani non leggono più quotidiani. Persino chi ha un interesse professionale nell’informazione si affida sempre più a servizi specializzati, piattaforme verticali, siti verticali. Se state leggendo qui, ne fate parte. Fino a pochi anni fa una dozzina di editorialisti orientava il dibattito politico. Quel monopolio è evaporato.
I dati di diffusione non catturano pienamente la crisi. Il vero collasso è pubblicitario. Il modello storico si fondava su due oligopoli intrecciati: lettori e inserzionisti. I giornali vendevano audience alla pubblicità. Internet ha disintermediato entrambi. Oggi gli inserzionisti raggiungono target diretti, misurabili, algoritmici. Senza rendite monopolistiche, le grandi redazioni non sono più sostenibili, anche dove la readership regge.
Le conseguenze politiche sono profonde. La stampa tradizionale ha funzionato da stabilizzatore per i partiti di centrodestra e centrosinistra, mantenendo il dibattito entro perimetri controllati. Le forze radicali faticavano a bucare quel filtro. I social hanno fatto saltare il tappo. L’ascesa di Donald Trump e delle destre europee passa anche da qui: fine del monopolio narrativo.
In questo quadro si inseriscono tentativi regolatori come il Digital Services Act europeo: ricontrollare la circolazione delle narrative. Potrà limitare contenuti estremi. Non ricostruirà oligopoli informativi. Una volta rotti, non tornano.
La prossima fase riguarderà il capitale umano. I giovani interessati a politica e media esiteranno prima di entrare in istituzioni in contrazione strutturale. Le redazioni tagliate da 900 a 600 tendono a scendere a 300, non a risalire.
Quando si perde il controllo della narrativa, si perde anche gravità istituzionale.
E quello che stiamo osservando non è un ciclo negativo della stampa.
È la perdita strutturale della sovranità narrativa.
LA SASSATA

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