Eni, gli utili da record che imbarazzano il Governo

Eni, gli utili da record che imbarazzano il Governo

23 ottobre 2026

I numeri del comunicato Eni parlano chiaro. Nei primi nove mesi del 2026 l’utile netto rettificato — al netto delle componenti straordinarie e degli effetti delle variazioni di magazzino — è salito a 6,4 miliardi di euro, il 70% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel solo terzo trimestre è stato di 2,8 miliardi, più che raddoppiato su base annua.

E mentre il Governo cerca risorse per la legge di bilancio, Eni annuncia agli azionisti un dividendo straordinario da 1,3 miliardi e porta a 3,8 miliardi il programma di riacquisto delle proprie azioni. La previsione di flusso di cassa per l’intero 2026 è di 16,5 miliardi. Il gruppo ha tutto il diritto di valorizzare i propri risultati, ma il tono trionfante del comunicato solleva una domanda politica inevitabile.

Se si chiedono contributi alle banche accusate di aver realizzato extraprofitti, che cosa si chiede a Eni? E non c’è solo il settore bancario (anche se ora si capisce un po’ meglio il risentimento di Carlo Messina): anche il comparto elettrico è bersaglio di campagne mediatiche sulle bollette. Ma queste campagne appaiono quantomeno selettive se si ignorano i ricchi introiti legati a carburanti e gas. Si parla di costi di estrazione intorno ai 3 euro al barile, a fronte di prezzi che possono arrivare a 80-90 euro. Un divario che rende inevitabile chiedersi chi benefici di questi margini e quale contributo venga richiesto.

Eni è un fiore all’occhiello dell’industria italiana. Proprio per questo dovrebbe sapere che, mentre Giorgia Meloni cerca disperatamente coperture per la manovra, sbandierare utili in crescita del 70%, dividendi straordinari e miliardi destinati a riacquistare azioni mette il Governo in difficoltà. La contraddizione è evidente: si chiede uno sforzo ad alcuni settori, mentre uno dei maggiori gruppi italiani presenta risultati eccezionali e aumenta le risorse destinate agli azionisti.

Non è una questione di punire il successo. È una questione di coerenza. Se si chiede un contributo a chi ha beneficiato di condizioni straordinarie, Eni non può restare fuori dal discorso. Altrimenti la domanda diventa inevitabile: perché alle banche e al comparto elettrico sì, e a Eni no?