
Libia, il difficile cantiere dell’unità e il ruolo dell’Italia
Per più di quindici anni la Libia è stata raccontata attraverso le sue divisioni: Tripoli contro Bengasi, l’ovest contro l’est, i Dabaiba contro gli Haftar, le milizie, le interferenze straniere. Oggi, senza che quelle fratture siano scomparse, qualcosa comincia però a muoversi nella direzione opposta. Non è ancora la pacificazione del paese, né tantomeno la conclusione della lunga transizione aperta nel 2011. Ma per la prima volta da tempo l’unificazione delle istituzioni libiche comincia ad assumere la forma di un processo.
L’ultimo segnale è arrivato da Tobruk, dove il Parlamento ha ratificato il memorandum sui confini marittimi con la Turchia, superando una delle questioni che per anni aveva diviso l’est e l’ovest del paese. Una scelta che rafforza Saddam Haftar e contemporaneamente certifica quanto siano cambiate le geometrie regionali: Bengasi oggi dialoga con Ankara, Washington e le capitali europee, mentre attorno alla prospettiva di una Libia nuovamente unificata si sta formando una convergenza internazionale impensabile fino a pochi anni fa.
Dentro questo quadro si colloca il piano promosso dall’inviato americano Massad Boulos. Un’iniziativa che ha avuto il merito di riportare est e ovest attorno allo stesso tavolo e di imprimere un’accelerazione a dossier rimasti bloccati per anni. Ad aprile la Libia ha approvato il primo bilancio nazionale unificato da oltre un decennio. In agosto le parti libiche hanno raggiunto un’intesa sulla ricostituzione della Commissione elettorale e sul quadro necessario per arrivare alle elezioni. Parallelamente sono avanzati il coordinamento economico, quello di sicurezza e il confronto sull’unificazione delle istituzioni militari.
È per questo che liquidare oggi il piano Boulos come una semplice operazione di facciata rischierebbe di fotografare soltanto una parte della realtà. Il percorso resta fragile e pieno di incognite, e nessuno può ignorare il peso degli interessi familiari, economici e militari che attraversano entrambi gli schieramenti. Ma l’obiettivo dell’unificazione delle istituzioni libiche rappresenta in sé un passaggio essenziale verso la stabilizzazione definitiva del paese. E soprattutto è un obiettivo che non appartiene soltanto agli Stati Uniti: coincide con il lavoro delle Nazioni Unite e con la linea sostenuta da anni dall’Italia, che oggi è tornata ad occupare una posizione centrale.
Dal 2011, pur attraverso diversi governi e malgrado alcuni errori politici chiari (uno di questi fu non appoggiare Serraj nel 2019 lasciando così campo aperto ad Ankara in un Paese in cui avremmo dovuto guidare il perimetro di influenza), Roma ha infatti sempre perseguito una linea di fondo, coltivata soprattutto dalla nostra intelligence: impedire che la frammentazione libica diventasse permanente e favorire una soluzione che restasse il più possibile nelle mani dei libici. Una scelta dettata certamente dagli interessi regionali — sicurezza del Mediterraneo, energia, immigrazione — ma anche dalla convinzione che nessuno di questi dossier possa essere gestito stabilmente senza istituzioni libiche in grado di parlare a nome dell’intero paese.
Negli ultimi mesi questo lavoro è diventato particolarmente visibile. L’Italia ha partecipato ai tavoli internazionali a sostegno del percorso di unificazione e ha ospitato a Roma il primo incontro del cosiddetto Smaller Convening, da cui è partito il processo che ha successivamente portato all’accordo di Tunisi. A settembre, alle Nazioni Unite, il governo italiano ha ribadito il proprio sostegno all’iniziativa americana, considerandola complementare alla roadmap dell’Onu.
Il messaggio portato da Roma e’ sempre stato quello della volontà italiana di continuare a cooperare con la Libia e di accompagnarne il processo politico.
È un lavoro che parte da una caratteristica della politica italiana in Libia: la capacità di mantenere aperti contemporaneamente canali con Tripoli e con l’est. Una posizione non semplice, ma che oggi consente a Roma di dialogare con soggetti che fino a pochi anni fa sembravano destinati a restare su fronti irriducibilmente contrapposti.
Anche il dossier migratorio rientra in questa logica. La Libia sta infatti compiendo uno sforzo crescente per rafforzare il controllo delle frontiere e contrastare le reti di trafficanti, mentre il nostro governo, stavolta insieme all’Europa, sta cercando di costruire strumenti comuni tra est e ovest. Il progetto di un centro di coordinamento marittimo a Bengasi e quello di una sala operativa congiunta a Tripoli indicano proprio la volontà di trasformare la gestione dei flussi in un terreno di cooperazione istituzionale nazionale, anziché in un ulteriore elemento di divisione.
È questa, probabilmente, la partita più importante che si sta giocando oggi a sud del Mediterraneo e che vede l’Italia come player fondamentale. Non stabilire chi abbia “vinto” tra Tripoli e Bengasi, ma accompagnare progressivamente la Libia fuori dalla logica dei due governi, dei due eserciti, delle due amministrazioni e delle alleanze contrapposte.
Il piano Boulos può rappresentare un acceleratore di questo processo, e l’Italia, per storia, interessi e profondità dei rapporti costruiti con tutte le parti, ha molto da guadagnare da una Libia finalmente stabile.
La Libia non è ancora unificata. Ma dopo quindici anni di divisioni, il fatto che oggi si discuta concretamente di come unificarla — e non più soltanto di come evitare una nuova guerra civile — è già un cambiamento che sarebbe un errore sottovalutare.


