Europa: il continente che non impara

Europa: il continente che non impara

27 marzo 2026

Le previsioni dell’OCSE di ieri sono un esercizio di falsa rassicurazione. Quando i sistemi sono sotto stress estremo, i modelli econometrici non servono, servono scenari.

Tre, per essere precisi.

Nel migliore, il regime iraniano cade e viene rimpiazzato da moderati. Impatto economico: comunque negativo nel breve ma poi persino positivo nel medio-lungo termine. Una guerra breve sarebbe quasi irrilevante nei numeri a lungo termine.

Nel secondo, gli Stati Uniti si ritirano spacciando la sconfitta per vittoria, il regime resta al potere come forza egemone regionale. Petrolio e materie prime strutturalmente più cari, flussi che riprendono ma ridotti. Scenario negativo, molto negativo.

Nel terzo, la guerra si prolunga, l’Iran colpisce le installazioni petrolifere causando danni permanenti, gli Houthi entrano in campo. Petrolio a duecento dollari. Recessione globale. Per l’Europa: razionamento della benzina, controlli sui prezzi, carenze alimentari.

Trump ha appena concesso altri dieci giorni all’Iran. Siamo già fuori dalle stime iniziali sulla durata del conflitto.

Sul piano delle politiche, il dibattito verte su un trilemma concreto: sussidiare i prezzi energetici a debito, razionare le quantità, o lasciare che il mercato agisca e compensare direttamente i perdenti.

Isabella Weber propone all’UE di usare il proprio potere d’acquisto per imporre tetti a gas e petrolio e tassare i profitti straordinari delle compagnie energetiche. L’esperienza delle sanzioni alla Russia ha dimostrato quanto sia limitata la capacità europea di controllare i prezzi energetici dall’esterno.

C’è però una cosa che l’OCSE ha detto ieri e che vale la pena non ignorare: la crisi ha un impatto marginalmente positivo sugli Stati Uniti e molto negativo sull’Europa. Ecco spiegata la differenza di percezione atlantica su questa guerra. Se Trump sbaglia, per noi è un disastro. Per l’America è quasi irrilevante.