Ex-ILVA e Taranto: occasioni perdute; e pure a caro prezzo…Svanisce per sempre il sogno di un polo navale militare con acciaio incorporato

Ex-ILVA e Taranto: occasioni perdute; e pure a caro prezzo…Svanisce per sempre il sogno di un polo navale militare con acciaio incorporato

05 aprile 2025

Proprio vero, come poetava Thomas S. Eliot: “Aprile è il più crudele dei mesi”. Almeno per l’ex-ILVA e Taranto, sarà così.

Quando si sta commettendo un errore, mai ammetterlo. Meglio tirare dritto e chi vivrà vedrà. Sembra essere questo lo spirito che anima il Ministro delle Imprese e del Made In Italy, Adolfo Urso. Che, forse, andrà addirittura a domicilio a chiudere il processo di vendita dell’ex-ILVA, recandosi personalmente in Azerbaijan. Un ministro che sancisce la cessione di un asset strategico direttamente a casa di un player che non ha i minimi requisiti per far funzionare l’impianto. Non c’è davvero limite all’assurdo.

Evidentemente, in via Veneto non hanno intravisto nessuna alternativa. Ma, oramai è noto, la visione di politica industriale non è proprio il forte dei dirigenti del dicastero. Di progetti alternativi alla cessione agli azeri (che comporterà tra l’altro un esborso per le casse statali di oltre 4 miliardi, come anticipato – senza smentite – da Sassate) ce ne sarebbero.

Risulta davvero arduo pensare che in questi mesi il Governo non sia stato in grado di far sedere i più importanti acciaieri italiani attorno a un tavolo (Invitalia) e convincerli della necessità di proteggere un asset produttivo strategico.

Il gruppo Arvedi, per esempio, sarebbe stato probabilmente della partita. D’altronde se pensiamo che il MIMIT non è stato neppure in grado di convincere Marcegaglia ad investire in Italia anziché in Francia, a Fos sur Mer (dove ha recentemente inaugurato un impianto di acciai speciali), qualche domanda bisogna pur farsela.

Una seconda opzione avrebbe potuto riguardare il coinvolgimento di due grandi protagonisti della Difesa italiana: Fincantieri e Leonardo. L’obiettivo è ambizioso: creare un Polo Cantieristico Navale Militare dedicato alla costruzione di nuove navi e all’ammodernamento di unità già operative.

A guidare l’operazione poteva essere Fincantieri, leader nella progettazione e costruzione di navi militari, forte di un’esperienza consolidata nel settore e della capacità di gestire processi produttivi complessi. Al suo fianco, Leonardo, attore primario nei sistemi di difesa, comunicazione e controllo, con il ruolo di System Integrator. La storica presenza del gruppo nell’area di Taranto e Grottaglie, con progetti legati anche alle energie rinnovabili, avrebbe rappresentato un’ulteriore possibilità di integrazione virtuosa.

Taranto presenta inoltre una serie di vantaggi logistici e produttivi che avrebbero reso il progetto particolarmente attrattivo. La disponibilità di acciaio di alta qualità prodotto in loco, a chilometro zero, avrebbe ridotto drasticamente i costi di trasporto e facilitato l’integrazione delle filiere industriali.

Inoltre, la posizione geografica era ideale: affacciata sul Mediterraneo e vicina sia al Canale di Suez sia allo Stretto di Gibilterra, Taranto poteva ambire a diventare un hub navale di primaria importanza. Anche perché la città offre non solo infrastrutture portuali già consolidate e aree industriali disponibili, ma anche un patrimonio di competenze specifiche.

La presenza di manodopera specializzata e di esperienze storiche nel settore della carpenteria metallica — come l’ex Belleli — avrebbe rappresentato un valore aggiunto da non sottovalutare. A ciò si sarebbe potuta sposare la possibilità di valorizzare tecnologie innovative, come la produzione di scafi in fibra di vetro o di carbonio per navi con caratteristiche “Stealth”.

E il ruolo della Marina Militare Italiana, presente nel porto di Taranto con infrastrutture di rilievo, avrebbe fatto il resto.

In un contesto segnato dalle polemiche sulla gestione ambientale e industriale dello stabilimento ex Ilva, la creazione di un polo navale militare ad alta tecnologia poteva rappresentare, insomma, un’opportunità di rilancio per Taranto e per l’intero Mezzogiorno.

Un progetto certamente ambizioso, forse troppo, soprattutto se si ha fretta di liquidare un settore industriale strategico come l’acciaio provando a venderlo come un successo, per di più in un momento in cui — per la difesa europea — ce ne sarebbe un gran bisogno.