
Gli industriali si svegliano, ma l’Europa ha già pagato
Prima Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni. Ora Emma Marcegaglia: gli industriali italiani parlano senza freni dell’Unione europea. «Un disastro» sull’energia e sull’industria, denuncia l’ex presidente di Confindustria. E avverte: se la decarbonizzazione fa chiudere le imprese, «abbiamo sbagliato tutto». Un obiettivo ambientale trasformato in «totem ideologico», sostiene, invece di diventare una strategia capace di tenere insieme clima e produzione.
Descalzi aveva puntato il dito contro l’errore di considerare l’energia accessoria. È una questione di potere: gli Stati Uniti guadagnano spazio con il gas, la Cina dipende dalle importazioni e l’Europa resta esposta ai fornitori esteri. Servono pragmatismo e una strategia che integri gas, nucleare e rinnovabili, senza chiedere a una sola tecnologia di garantire tutto.
Parole forti e necessarie. Ma anche tardive. Perche per anni le scelte europee sono state contestate poco e con voce debole, mentre l’industria perdeva competitività. Oggi il settore dell’acciaio denuncia le conseguenze; intanto comparti come l’auto e gli elettrodomestici arretrano e intere filiere si sono spostate verso la Cina.
Adesso che i costi mordono e le fabbriche chiudono, gli imprenditori chiamano «disastro» ciò che per molti era prevedibile. Ma dov’erano quando le regole venivano scritte? Perché si svegliano soltanto ora? Non basta chiedere una correzione di rotta: bisogna anche spiegare perché non si è alzata prima la voce.


