L’ultima di Lovaglio: buttare a mare i suoi consiglieri ed elemosinare un posto a Bper

L’ultima di Lovaglio: buttare a mare i suoi consiglieri ed elemosinare un posto a Bper

26 ottobre 2026

Il 29 ottobre l’assemblea di Mps rischia di archiviare il piano dell’ad. E a Siena si racconta che il banchiere stia già bussando a Bper e Unipol per un posto nel nuovo corso. Sacrificando chi lo ha portato fin qui.

 

Giovedì 29 ottobre i soci del Monte dei Paschi sono chiamati a votare sulle due Ops lanciate da Luigi Lovaglio su Banco Bpm e Banca Generali e sulla maxi distribuzione da 4 miliardi in azioni Generali. Sulla carta è un’assemblea straordinaria. Nei fatti, salvo sorprese, è una cerimonia funebre: quella del progetto con cui l’amministratore delegato ha provato per mesi a tenere Siena fuori dalla presa di Intesa Sanpaolo.

I numeri parlano da soli. Delfin, con il suo 17,6%, ha firmato con Intesa e voterà in assemblea coerentemente con l’offerta. Edizione dei Benetton ha annunciato l’adesione. Il fondo sovrano norvegese ha fatto sapere che voterà contro le proposte del management. Crédit Agricole, primo socio di Banco Bpm, non consegnerà le sue azioni all’Ops senese. E il presidente della Fondazione, Riccardo Coppini, ha pubblicamente proposto ai suoi organi di guardare con favore all’offerta di Carlo Messina. Messina, dal canto suo, ha alzato di 25 centesimi la parte cash e trasformato il voto in un referendum: se passa il piano Lovaglio, l’Opas decade. Gli azionisti hanno capito l’antifona.

Azionisti, mercato, stampa, proxy advisor: Lovaglio sta perdendo su ogni fronte. E qui comincia la parte più interessante della storia, perché è la più umana e la meno edificante.

Se la voce è fondata, siamo davanti a un capolavoro di incoerenza. Lovaglio ha trattato l’offerta di Intesa come un’invasione aliena: l’ha definita non concordata, ha parlato di smantellamento della «banca più antica del mondo», ha accusato Messina e Cimbri di voler fare lo spezzatino di Siena. Ha incassato le stoccate pubbliche di Cimbri sulla sua «creatività» e il giudizio di Fitch sul «considerevole rischio di esecuzione» del suo piano. Per un anno e mezzo ha tenuto in ostaggio il risiko bancario italiano, con una controffensiva da 34 miliardi che il mercato non ha mai creduto fino in fondo, pur di non cedere il controllo del Monte. Oggi, a cinque giorni dall’assemblea, l’uomo che non voleva sedersi al tavolo chiederebbe di sedersi al tavolo. Non per Siena: per sé.

E il prezzo di questa conversione lo pagherebbero gli altri. I consiglieri eletti con la lista di Plt Holding, quella che nella primavera scorsa lo ha rimesso in sella contro il board uscente, e i nomi che si sono spesi per lui, Corrado Passera in testa, verrebbero lasciati al loro destino. Chi lo ha sostenuto nella battaglia dell’autonomia diventa materiale di scarto nella trattativa per la poltrona. È la logica di sempre: il progetto industriale vale finché serve a chi lo guida.

Nessuno può negare che Lovaglio abbia contribuito a risanare Mps. Ma il risanamento è una cosa (e di sicuro non c’è riuscito da solo ma solo grazie all’Italia che lo ha voluto) la fedeltà ai propri argomenti un’altra. Giovedì gli azionisti voteranno su due Ops. In realtà voteranno su una domanda più semplice: quanto vale la parola di un banchiere che ieri gridava all’invasione e oggi chiede asilo all’invasore.