I giovani islandesi, con una scelta milazziana” destra+sinistra,  chiudono la porta alla Ue.

I giovani islandesi, con una scelta milazziana” destra+sinistra, chiudono la porta alla Ue.

01 settembre 2026

A leggere buona parte della stampa europea sembra che tutti vogliano entrare nell’Unione europea. Poi arrivano voti come Brexit o il referendum islandese di sabato e la realtà diventa più complicata. Nessun Paese membro sta facendo le valigie, ma l’Unione europea non è più il magnete di una volta. E dopo il no islandese resta un particolare difficile da ignorare: molti dei Paesi che vogliono entrare sono potenziali beneficiari netti del bilancio europeo. L’Islanda, invece, sarebbe stata probabilmente un contributore netto.
Il risultato è evidente: 52,8% contro l’apertura dei negoziati di adesione, 47,2% a favore.
Ma il dato politicamente più interessante riguarda i giovani. A giugno un sondaggio Gallup mostrava il 63% degli islandesi tra 18 e 29 anni favorevole all’apertura dei negoziati. Nell’ultima rilevazione prima del voto il quadro si era completamente ribaltato: 60% contrari e appena 40% favorevoli. E Gallup ha previsto il risultato finale con uno scarto di soli 0,2 punti.
Difficile spiegare tutto con la pesca. L’età media dei piccoli pescatori islandesi è 58 anni e i giovani sono scarsamente rappresentati nel settore.
La svolta sembra invece politica.
Le organizzazioni giovanili di cinque partiti, dalla sinistra alla destra, hanno creato “Ung gegn ESB”, Giovani contro l’Unione europea. La campagna del no ha puntato su sovranità nazionale e controllo delle risorse. Quella del sì, secondo i politologi Eiríkur Bergmann e Ólafur Þ. Harðarson, è rimasta invece troppo tecnica e procedurale.
È lo stesso errore commesso dal fronte Remain durante Brexit: rispondere a una questione politica con fogli Excel, previsioni economiche e promesse difficili da dimostrare.
Tra queste, l’idea che ingresso nell’Unione europea e adozione dell’euro avrebbero automaticamente ridotto inflazione, tassi e prezzi alimentari.
Il punto del referendum islandese è proprio questo. Bruxelles continua spesso a presentare l’integrazione come una scelta economicamente inevitabile. Ma quando gli elettori cominciano a considerare sovranità e controllo delle risorse più importanti dei benefici promessi dall’integrazione, quell’argomento non basta più.
E se gli elettori non votano secondo i desiderata di Bruxelles, il refrain rimane sempre la stesso: ” è colpa di Mosca”.