
Il Canada sfida Trump. Ma non è la Cina
Le guerre commerciali sono come le corse agli sportelli: possono partire da una dinamica irrazionale, ma una volta iniziate diventa razionale parteciparvi. Stati Uniti e Canada sono ormai entrati precisamente in questa fase.
Il primo ministro canadese Mark Carney ha risposto a Donald Trump imponendo dall’8 settembre dazi tra il 15% e il 50% su 20 miliardi di dollari di prodotti americani. Circa 700 categorie, dall’acciaio all’alluminio, dalle motociclette al pesce.
La scelta è politica. Circa 200 categorie riguardano prodotti ittici, con l’obiettivo di colpire Susan Collins, senatrice repubblicana del Maine che affronterà le elezioni in autunno. È il vecchio manuale delle guerre commerciali: provocare il massimo dolore nei collegi politicamente sensibili.
Ora Trump può rilanciare e Carney rispondere ancora. Ma il vero problema per Ottawa è un altro: i rapporti di forza.
Nel 2025 il Canada ha registrato un avanzo commerciale di 48 miliardi di dollari con gli Stati Uniti. Tolta l’energia, però, il dato si ribalta: Washington registra un surplus di 37 miliardi. E soprattutto l’economia americana è oltre tredici volte più grande di quella canadese.
Il Canada dipende enormemente dal vicino: nel 2024 il 75,9% delle esportazioni canadesi di merci era diretto negli Stati Uniti, quota ancora al 71,7% lo scorso anno.
Ottawa possiede alcune armi. Il Massachusetts, per esempio, riceve dal Canada circa il 20% della propria elettricità e il premier dell’Ontario Doug Ford ha persino minacciato di interrompere le forniture.
Ma poi?
Complessivamente gli Stati Uniti importano dal Canada appena lo 0,8% del proprio consumo energetico. Ottawa dispone quindi di alcuni punti di pressione locali, non di un vero collo di bottiglia strategico.
Ed è questa la differenza fondamentale rispetto alla Cina. Pechino ha potuto costringere Washington a trattare perché controllava le terre rare necessarie all’industria americana. Il Canada non possiede nulla di equivalente.
È quindi perfettamente plausibile che Trump vinca questa guerra commerciale. E sarebbe una pessima notizia anche per l’Europa. Se Washington scoprirà che alzare continuamente la posta funziona con Ottawa, tornerà a guardare agli impegni sugli investimenti sottoscritti dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
E se quelle promesse non saranno rispettate, Trump tornerà a bussare.


