
Il “nuovo corso” della GEDI e lo sconcertante saluto prima delle ferie dell’AD di Repubblica
C’è una frase di Sergio Marchionne che, al netto del personaggio e del contesto, è rimasta impressa: “In ferie da cosa?”.
Era una provocazione, certo. Ma anche un modo brutale per ricordare che ci sono mestieri – e momenti – che non conoscono una vera pausa, perché il loro oggetto di lavoro continua a esistere indipendentemente dal calendario.
Vale ancora di più per un giornale.
Per questo fa un certo effetto leggere il messaggio del Ceo di Gedi, Mirja Cartia d’Asero, che convoca i dipendenti nelle sedi di Roma e Milano per un saluto in vista della pausa estiva.
È un rito aziendale comprensibile, persino doveroso. Ma racconta involontariamente un’idea del giornalismo che stride con la sua natura.
Un giornale non va mai in ferie.
Le guerre non si fermano ad agosto. La politica non sospende le crisi. L’economia non aspetta settembre. Le alluvioni, gli incendi, gli incidenti, le sentenze, le elezioni, le morti improvvise hanno una caratteristica spiacevole: ignorano il calendario delle ferie.
Un giornale vive proprio di questo. Della sua capacità di esserci quando accade qualcosa. Sempre.
Naturalmente le persone hanno diritto alle vacanze. Anzi, ne hanno bisogno. I giornalisti, i grafici, i tecnici, i fotografi, gli sviluppatori, gli amministrativi. Tutti. Il punto non sono le ferie dei lavoratori. Quelle sono sacrosante.
Il punto è quando sembra andare in ferie l’idea stessa di giornale.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a redazioni svuotate per settimane, siti aggiornati al minimo sindacale, approfondimenti rimandati, inchieste congelate. Come se agosto fosse diventato una parentesi da attraversare in modalità ridotta, confidando che anche l’attualità decida di prendersi una pausa.
È una scelta organizzativa, certo. Ma è anche una dichiarazione culturale.
Perché un giornale non è una fabbrica che chiude per manutenzione. È un servizio. E il valore di un servizio si misura soprattutto quando tutti gli altri abbassano la serranda.
Marchionne, con il suo provocatorio “In ferie da cosa?”, probabilmente non pensava ai giornali. Eppure la domanda, applicata all’informazione, conserva tutta la sua forza.
In ferie da cosa?
Dalle notizie?
Dall’obbligo di raccontarle?
Dalla responsabilità di verificare i fatti mentre sui social continuano a circolare voci, propaganda e disinformazione?
Se c’è un momento in cui il giornalismo dovrebbe dimostrare la propria utilità è proprio quando il resto del Paese rallenta. Perché la realtà non rallenta mai.
Forse il messaggio estivo più coerente non sarebbe augurare una pausa al giornale, ma ricordare che, grazie al lavoro di chi si alterna nelle redazioni, il giornale continuerà a fare il suo mestiere anche ad agosto.
Le persone vanno in ferie. È giusto così.
Un giornale, invece, no. Se va in ferie, smette di essere un giornale e diventa semplicemente un prodotto che aspetta settembre.


