Il paradosso dell’Ilva: l’Italia spegne, l’Europa riaccende gli altoforni

Il paradosso dell’Ilva: l’Italia spegne, l’Europa riaccende gli altoforni

18 agosto 2026

C’è un’immagine che racconta meglio di mille convegni lo stato della politica industriale italiana. Mentre Roma si prepara alla possibilità di spegnere l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, nel resto d’Europa ArcelorMittal sta facendo esattamente il contrario: riaccende gli altoforni.

Negli ultimi mesi il gruppo siderurgico ha rimesso in funzione capacità produttiva in Spagna e Polonia e programmato il ritorno in attività in Francia.

A Gijón, in Spagna, l’altoforno B è ripartito l’11 maggio dopo circa sei mesi di fermo dovuto a problemi tecnici. A Dąbrowa Górnicza, in Polonia, è stato riavviato l’altoforno numero 3 dopo lavori per circa 60 milioni di zloty. A Fos-sur-Mer, in Francia, ArcelorMittal ha programmato per il 2026 il ritorno in funzione dell’altoforno numero 1, con l’obiettivo di operare nuovamente con entrambi gli altoforni.

Tre casi diversi, certo. Ma la direzione industriale merita attenzione.

Perché nello stesso momento in cui l’Europa scopre che acciaio, difesa e autonomia strategica sono diventati praticamente sinonimi, l’Italia rischia di perdere uno dei pochi grandi impianti siderurgici integrati rimasti nel continente.

Ed è qui che emerge il paradosso.

Gli industriali italiani stanno preparando una proposta per l’area a freddo di Taranto, mentre sull’area a caldo incombe lo scenario dello spegnimento. Significa che il Paese potrebbe conservare la capacità di trasformare l’acciaio, perdendo però progressivamente quella di produrlo partendo dalle materie prime.

Non è una differenza semantica. È una differenza strategica.

Senza l’area a caldo aumenta la dipendenza dall’estero per semilavorati e acciaio primario proprio mentre le catene di approvvigionamento diventano più fragili, il protezionismo avanza e la domanda della difesa europea è destinata a crescere.

Gli altri Paesi sembrano averlo capito. L’Italia rischia invece di trasformare Taranto da problema industriale da risolvere in dipendenza industriale permanente.

Poi magari tra qualche anno ci spiegheranno che dobbiamo importare più acciaio perché non ne produciamo abbastanza.

E ci chiederemo come sia potuto accadere.

Addossare le uniche colpe alla magistratura è troppo comodo. L’errore più pesante è stato commesso dal ministro delle Imprese e del Made In Italy Adolfo Urso a cui nessuno ha spiegato in questi anni che non era possibile perseguire contenstualmente decarbonizzazione e industrializzazione.