Il Pentagono scopre il suo tallone d’Achille (e il nostro): i magneti cinesi

Il Pentagono scopre il suo tallone d’Achille (e il nostro): i magneti cinesi

05 settembre 2026

Il dato va letto due volte. Entro il 2030 il solo Dipartimento della Difesa americano potrebbe aver bisogno di 10.000 tonnellate l’anno di magneti speciali alle terre rare. Oggi l’intero mondo esclusa la Cina ne produce appena 20.000-25.000. In pratica, un unico cliente potrebbe assorbire quasi metà dell’attuale capacità produttiva occidentale.

Secondo Sprott Asset Management, la domanda del Pentagono dovrebbe quasi triplicare rispetto alle attuali 3.000-4.000 tonnellate. E il problema non è trovare le terre rare sottoterra. È trasformarle in magneti.

La Cina controlla circa il 60% dell’estrazione mineraria, ma soprattutto il 91% della raffinazione delle terre rare destinate ai magneti e il 94% della produzione mondiale di magneti permanenti. È questo il vero collo di bottiglia. Aprire una miniera negli Stati Uniti o in Australia serve relativamente poco se il materiale deve poi essere spedito in Cina per essere separato, raffinato e trasformato.

Per l’industria della difesa è una vulnerabilità enorme. Nel 2022 le consegne degli F-35 furono temporaneamente sospese dopo la scoperta di una lega di origine cinese in un magnete del velivolo. Nel 2025 Pechino ha ulteriormente stretto il cappio introducendo controlli sulle esportazioni di alcune terre rare pesanti e dei relativi magneti.

Washington ha quindi cambiato strategia. Non basta più distribuire sussidi: bisogna creare una filiera alternativa garantendole domanda, prezzi e capitali. Il governo americano sta sostenendo MP Materials, USA Rare Earth ed Energy Fuels e perfino il progetto brasiliano Serra Verde, mentre la Nato ha inserito le terre rare tra le dodici materie prime critiche per la difesa.

La sicurezza dell’approvvigionamento sta diventando più importante del prezzo.

Ed è questo il punto decisivo. Il Pentagono non rischia di rimanere senza terre rare. Rischia di non avere abbastanza impianti affidabili per separarle, metallizzarle e trasformarle nei magneti necessari a missili, radar, droni, caccia e sistemi elettronici.

La nuova corsa agli armamenti passa quindi dalle fabbriche chimiche e metallurgiche. Perché possedere il minerale non significa controllare la filiera. E oggi quella filiera continua ad avere un padrone: la Cina