Il potere conta più dei mercati

Il potere conta più dei mercati

08 novembre 2026

L’errore più grave degli investitori è continuare a pensare che ogni crisi finirà per risolversi «perché i mercati troveranno una strada». Non funziona più così. Quando una catena di approvvigionamento viene trasformata in un’arma, il potere conta più dei mercati.

Nelle prossime settimane l’attenzione sarà concentrata su due fronti: Ucraina e Medio Oriente. Nel primo caso, lo scenario migliore appare un conflitto congelato sul modello delle due Coree: entrambe le parti continueranno a riarmarsi, sondarsi e prepararsi alla fase successiva. Non sarebbe pace, ma una tregua armata. Resterebbero quindi intatte le grandi tendenze già in corso: militarizzazione, intervento pubblico nelle filiere e ricerca della sicurezza degli approvvigionamenti.

Il Medio Oriente presenta uno scenario ancora più duro. O gli Stati Uniti e i loro alleati riusciranno a rovesciare l’Iran, aprendo la strada a un nuovo ordine regionale, oppure continueremo a vivere tra blocco economico, guerra a bassa intensità e tensioni destinate prima o poi a esplodere. Il segnale più interessante arriva dal Qatar, secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto per capacità netta, che ha firmato accordi pluridecennali per acquistare gas statunitense. Se uno dei maggiori esportatori vuole garantirsi per decenni le forniture del primo produttore, significa che il timore sulla sicurezza energetica è diventato strutturale.

Dietro entrambi i conflitti rimane la vera partita: quella tra Stati Uniti e Cina. Pechino possiede una capacità industriale che Washington non può ricostruire rapidamente, ma resta povera di materie prime rispetto ai propri consumi. La strategia americana consiste quindi nel controllare o riorientare i flussi a monte. È quanto avvenuto con il petrolio venezuelano, diretto verso gli Stati Uniti anziché verso la Cina. Il tentativo in Medio Oriente puntava probabilmente a replicare quel modello.

Il piano iniziale, però, non ha funzionato. La destabilizzazione regionale ha ridotto la disponibilità di prodotti raffinati, aumentato i premi di sicurezza nello Stretto di Hormuz e costretto le navi ad allungare le rotte attorno all’Africa. Il carburante navale scarseggia, le assicurazioni costano di più e i noli sono saliti fino a undici o dodici volte i livelli normali. Gli Stati Uniti soffrono, soprattutto sul diesel, ma la Cina paga ancora più caro petrolio e prodotti raffinati.

È questa la carta americana contro il dominio cinese nelle terre rare. Pechino può negare elementi indispensabili come l’ittrio, il cui prezzo fuori dalla Cina sarebbe arrivato a mille volte quello interno. Washington può rispondere cercando di controllare il complesso energetico e petrolchimico attraverso l’integrazione tra Americhe e Medio Oriente. Da una parte le terre rare, dall’altra petrolio, raffinazione e carburanti.

Quando qualcuno mette una pistola sul tavolo negoziale, non basta invocare il mercato. Per cambiare la trattativa bisogna mettere sul tavolo un’arma propria. È questa la logica che guida Washington. Gli Stati Uniti non possono rinunciare ai dazi, alla politica industriale e al tentativo di ricostruire le filiere senza rinunciare anche alla propria egemonia. Un’economia fondata soltanto su consumi, piattaforme digitali, consegne a domicilio e debito non può sostenere indefinitamente il più potente apparato militare del mondo.

Senza industria non esiste potenza. E senza potenza, prima o poi, non esistono neppure i mercati come li abbiamo conosciuti.